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Un uomo ordinario impegnato nella straordinaria avventura di vivere...

mercoledì 15 settembre 2010

Il pilota

Il suo pilota aveva il polso destro da iradiddio e una mania di onnipotente protagonismo.
Quando s’ingarellava coi suoi compagni di merende sui tornanti del Giau o dello Stelvio in serrati corpo a corpo a suon di sorpassi poteva sentire l’adrenalina che gli pompava nelle vene.
Tracciava traiettorie perfette grattugiando le saponette in rapida successione destra-sinistra-destra da ubriacare anche un marinaio abituato alle peggiori sbronze e tempeste. La sua pareva una danza tribale, dettata da regole ataviche, un insieme di movenze rapide e aggraziate eppure decise, che non ammettevano repliche, come un ballerino di foxtrot.
Il suo pilota alternava violente spalancate di gas a pinzate di freni furibonde. Le sue Akrapovic urlavano come ossessi e di contraltare le Brembo fischiavano addentando con mascelle possenti i dischi in carbonio. Un apri e chiudi da cardiopalma, da togliere il fiato. Ogni piega era uno sfavillare di scintille dalle pedane, e un apostrofo di gomma scura sull’asfalto.
E ogni volta sfilava via rapido ed elegante, fino alla curva successiva, dove il rituale si ripeteva.
Il suo pilota aveva vent’anni o poco più, ma esperienza da vendere. I motori li aveva nel sangue ereditati da suo padre, pilota dilettante nella Regolarità, e un bisogno ancestrale di sfida contro il mondo. Aveva i capelli biondi, che portava rasati e un sorriso dolce, quasi disarmante. Ma negli occhi blu un riflesso di baldanzosa arroganza. La sua pignoleria era proverbiale. Soprattutto quando si trattava di metter le mani e capirci qualcosa su un motore.
Il suo pilota la lucidava e coccolava con gelosa e amorevole passione, facendola sentire unica e invincibile. Era lui che provvedeva a tutto, rifiutando qualsiasi interferenza o aiuto di terzi. Ricercava i migliori prodotti e lubrificanti che garantissero performance sempre migliori. Non si accontentava mai, non lasciava mai nulla al caso e curava in modo maniacale ogni singolo dettaglio, dalle gomme agli ammortizzatori fino al bullone più nascosto.

Il suo pilota l’adorava. Lei era una fiammante GSX-R 1000, “la zucchina” così amava vezzeggiarla, bianca e blu con le scritte rosse. Da quando le aveva posato addosso gli occhi la prima volta, lucida e sfavillante sul suo cavalletto al centro del salone illuminato, con i faretti alogeni puntati addosso, era stato amore a prima vista. Da allora non si erano mai separati, compagni di mille avventure avevano percorso migliaia di chilometri su strade di ogni tipo, attraversando paesi, città e stati, affrontando sole, pioggia e qualsiasi condizione meteo.
Quel giorno era perfetto, la temperatura ideale, traffico quasi assente. Era domenica e il suo pilota si era alzato presto, un caffè al volo, soliti rituali di sempre e poi si era calato dentro alla fedele tuta, la sua seconda pelle. Aveva indossato il casco, infilato i guanti, un’ultima occhiata di controllo e poi era salito in sella. Leva frizione, start e il rombo sornione del 4 cilindri aveva riempito l’aria. Incuteva terrore come una belva in gabbia. Un colpetto alla visiera che scese di scatto, isolandolo dal mondo esterno. Ora esistevano solo loro: lei, lui e la strada.
Il suo pilota non si accorse nemmeno dell’auto. Si era materializzata all’improvviso sbucando da una laterale, proprio nel rettilineo mentre stava affondando il gas a martello. In un turbine di lampeggianti blu e arancioni, di sirene urlanti, di grida, e messaggi radio, fra anfibi neri, asfalto e nastri bianchi e rossi, lo raccolsero dentro ad un sacco di plastica verde e lei, prima che tirassero su la lampo vide per l’ultima volta i suoi occhi blu spalancati. Non avevano più il riflesso di sfida, solo il vuoto assoluto.
Lei invece finì sopra ad un carro attrezzi, buttata su a pezzi, senza nessuna grazia, senza attenzione. Loro non avevano la dolcezza del suo pilota…