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venerdì 11 marzo 2011

La promessa


Era una promessa e l’altra sera l’ho mantenuta. Sono passato dalla mera osservazione all’ascolto, cioè dalle immagini del digipack al suono dei due CD di “The Promise”. Perché è così che si fanno le cose: per bene!!
Ciò che colpisce maggiormente (e che mi piace) è quel sound inconfondibile degli esordi, così tipico e diretto, senza fronzoli, capace di creare fin da subito l’atmosfera cupa e malinconica da pellicola d’altri tempi.
In effetti, in quest’opera, immagini e musica s’intrecciano come in un film.
Prima ti tramortisce come un pugno nello stomaco, poi ti prende letteralmente per il coppino e ti trasporta indietro di trent’anni.
Avrò avuto suppergiù dieci anni io, allora. Lui una ventina di più (tale è la differenza generazionale che ci separa, incredibile, pensavo peggio…).
E quelli erano i luoghi e i sapori. Riviverli oggi, come allora, è una piacevole sorpresa, un tuffo nel passato. Un full immersion di ricordi che Bruce Springsteen ha spalancato, a mò di vaso di Pandora, con quest’idea di pubblicare oggi ciò che non lo è stato allora. Ed egli stesso dice di esser rimasto meravigliato e compiaciuto del risultato. Per lui è stato un po’ come sfogliare un vecchio album dimenticato di ricordi e foto, che ritrae volti più giovani, figure slanciate e capellute e qualcuno che non c’è più.
La musica assurge al compito di evocare ricordi e suggella al pari di uno scatto in bianco e nero, istanti eterni. In The Promise, ancora oggi, come allora, passato e presente si fondono in modo ineluttabile attraverso la musica, tanto da divenire mezzo di evocazione e sostegno di emozioni dimenticate.
Ci sono alcuni temi ricorrenti e universali che possono rendere leggendaria una storia, un romanzo o un film: la fine dell’innocenza e il passaggio alla vita adulta, una lite con un (ex) amico e le conseguenze personali e artistiche di un improvviso quanto grande successo. E’ ciò che è accaduto al Boss nel periodo tra “Born to Run” e “Darkness on the Edge of Town”, senza eccezioni. E’ tutto qui, in queste 21 nuove-vecchie tracce, perlopiù inedite o tutt’al più sotto forma di bootleg o previous unrealized sparpagliati qua o là.
Ed è per questo motivo che ciò che avvenne in quel biennio ha assunto una dimensione che va oltre la biografia dell’artista.
Tutto quello che ci troviamo oggi tra le mani era troppo per uscire trent’anni fa. Tanto materiale sufficiente per ben quattro album. Ed invece ne fu realizzato solo uno. Il resto rimase nel cassetto a dormire, fino ad oggi. Così il progetto è cresciuto, si è ingigantito, fino a diventare quello che è adesso.
Il viaggio, perché di questo si tratta e non saprei neanche come definirlo diversamente (nel primo CD sono ben tre i titoli con la parola street, strada), si apre con una ballata senza eguali e non a caso dal titolo evocativo Racing in the Street. Definisce un movimento, di più: una competizione, che può metaforicamente essere accostata all’età giovanile. Quando si è giovani, non si viaggia paciosamente osservando il paesaggio, ma si va di fretta, si corre. Esiste solo la strada, il mezzo e il traguardo. Se necessario si fa a gara. Per andare da nessuna parte. Solo lo scopo di arrivare primi. Non c’è una meta, un obiettivo da raggiungere, ma solo un traguardo bene in vista, da raggiungere il più velocemente possibile. Le note della canzone sono i pistoni che urlano dentro al motore di una esistenza ancora acerba e come tale piena di incognite. Poi il viaggio prosegue con un brano inconfondibile (Gotta Get That Feeling) in cui le sonorità derivano dall’inconfondibile marchio di fabbrica targato E-Street Band. Poi via via si susseguono in una giostra vorticante irresistibile le altre tracce, che ti calano di botto in pieno anni ‘70-’80. Fino a giungere alla famosissima Because the Night piccolo gioiello universale portato al successo dall’amica Patty Smith, ma in versione più blanda e intimista. Da gustare tutto fino alla fine dove il primo CD si conclude con Candy’s Boy che è la versione rallentata di Candy’s Room. Il secondo Cd si apre con una sorpresa: Save My Love, scritta nel ’77 ma le cui liriche e l’incisione è del 2010 (si avverte chiaramente il timbro maturo nella voce di Bruce). Poi subentrano ballate giocose e piccole chicche di power-pop ad alleggerire l’atmosfera crepuscolare (che del resto si percepisce in ogni foto e immagine del cofanetto) tanto da aspettare la successiva per farsi sorprendere nuovamente. Fino a giungere alla title track The Promise che ogni fan che si rispetti conosce a memoria, perché è una delle sue canzoni più belle di sempre, ma che al tempo non venne pubblicata perché troppo personale (è la storia metaforica della lite giudiziaria con l’ex amico e produttore Appel e le conseguenze del successo).
Il resto lo lascio a voi perché potrei continuare a riempire pagine di commenti, riferimenti e impressioni senza riuscire ad avvicinarmi per nulla alla reale grandiosità di questo progetto. Chi ha la fortuna di capirlo sa ciò che intendo. Vi basti guardare questo video…
Buone emozioni
Francis69

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