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martedì 5 ottobre 2010

La notte del blogger


Gli occhi gli bruciavano e un principio di emicrania gli stringeva in un cerchio la testa. Il dannato orologio appeso alla parete scandiva i secondi, e quel tic-tac infernale si dilatava nella stanza amplificando lo scorrere del tempo, ma non guardava mai l’ora. Gli era già accaduto di farsi ipnotizzare dagli scatti della lancetta rossa e di rischiare di cadere addormentato dalla sedia. No, non poteva dormire. Non di notte. D’accordo di notte solitamente si dorme, ma non lui. Mentre gli altri dormivano, lui restava sveglio davanti al PC. Perché nel silenzio notturno gli partivano i pensieri e poteva riempire di storie intere pagine di Word, senza mai alzare la testa dalla tastiera con solo un pacchetto di Marlboro e un paio di moke di caffè nero pece, fino ai primi bagliori dell’alba. La notte per un blogger costituisce il suo regno, il suo mondo, il significato del suo Dharma, la musa ispiratrice dei suoi voli pindarici.
Di giorno con la luce invece non riusciva ad avere idee, né immaginazione. A nulla serviva abbassare tutte le tapparelle e tappare tutti gli spiragli di luce che, bastardi, insistevano ad infiltrarsi nell’oscurità. C’erano i rumori fuori, a ricordargli che il mondo girava nel suo pazzo carosello di trilli, clacson, martelli pneumatici e sirene.
La notte invece tutto diveniva silenzio. Poteva perfino spalancare la finestra che dava sulla strada e udire solo il quieto ronzio dei climatizzatori accesi e qualche rara auto di passaggio. E dalla sua finestra debolmente illuminata poteva osservare la città sonnacchiosa e cheta come un gigante in letargo. E lì, nel dormiente silenzio notturno i suoi pensieri volavano, s’accavallavano tumultuosi nella mente. E sedersi alla scrivania davanti al PC e scrivere storie diventava la sua passione preferita. Metteva sempre un po’ di musica soffusa in sottofondo, giusto per creare l’atmosfera fertile. La lampada da tavolo rischiarava col suo alone giallastro a 45 Watt una zona limitata attorno a lui, poche cose. Il resto era buio profondo. E silenzio. Scandito dai soliti rumori ben distinti che ormai conosceva a memoria e riconosceva ad occhi chiusi.
Come ad esempio il motore della 206 diesel del casellante che parcheggiava puntuale ogni notte alla stessa ora nella laterale a fianco, dopo aver staccato il turno delle 2:00.
Oppure il clack delle serrature seguito dal doppio lampeggio, della Marea bianca del rappresentante divorziato che abitava nell’altro isolato e che rincasava col Sole 24 ore sottobraccio dopo essersi ripassato la puttana di turno sulla tangenziale, e che fottutamente parcheggiava sempre sotto alla sua finestra. Fanculo lui e la sua arrogante strafottenza.
O ancora il cigolio del cancello sul vialetto del condominio di fronte, dopo che il suo vicino si era fatto la solita sigaretta e passeggiata col cane per fargli fare i bisognini sulle gomme delle auto in sosta, quello stronzo.
O la tapparella della signora Lina, vedova, pettegola e sorda, che invariabilmente calava con forte rumore ogni sera, dopo aver cenato e guardato il TG a tutto volume con le finestre spalancate, vecchia megera che non era altro.
Riconosceva il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva alle spalle di quel perdigiorno fannullone col motorino fracassone, pieno di piercing, tatuaggi, brufoli e il ciuffo di capelli davanti agli occhi, fidanzato con la ragazzina carina, tutta acqua e sapone, del palazzo attiguo – ma come cazzo s’era invaghita di un simile teppista? - che dopo essersi fatto la scopata di rito, si lanciava in una lunga notte di canne, bevute e danni al patrimonio pubblico assieme ai suoi amici delinquenti al ritrovo della zona pedonale. Quanti calci in culo andati a male.
Altri rumori gli suggerivano che la notte volgeva al termine, come quello del camion della spazzatura verso le 5:30 che per 2 minuti buoni riempiva la notte di fracasso e rimbombi di cassonetti vuoti, per poi allontanarsi finalmente. Bene, ancora mezz’oretta di buio e silenzio, poi si va a nanna.
Aveva scoperto questa passione due anni prima, cazzeggiando a tempo perso nella rete ed imbattendosi in un blog di un tipo che si firmava “lupo solitario”. Si appassionò subito alle sue storie intessute di romanticismo e stereotipi in stile “beat generation”, che si dipanavano fra i miti di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, o di personaggi del cinema come James Dean e Steve McQueen, e scanditi dalle musiche di Jackson Browne e Neil Young.
Fare il blogger non era un mestiere, perché non beccava una lira, ma lo faceva sentire vivo. Colmava l’esigenza di esprimere i suoi pensieri e divulgarli, grazie alla straordinaria opportunità offerta da internet. Nella vita reale invece non lo cagava nessuno. Solitario, pochi conoscenti oltre al panettiere e il giornalaio, nessun amico, nessuna ragazza con cui condividere emozioni, sensazioni e, perché no? un po’ di sesso. Del resto chi lo vedeva mai? Uno sfigato bello e buono insomma. Ma nel mondo virtuale egli era un dio, osannato e seguito da centinaia se non migliaia di lettori, che si appassionavano alle sue storie inventate, gli scrivevano e-mail di apprezzamento e ringraziamento.
Avessero potuto vederlo, lì seduto al suo PC, in mutande e canottiera, con le ciabatte sfondate, il viso pallido e smunto, le occhiaie, la barba incolta, i capelli arruffati e gli occhi cisposi e arrossati. Ma egli non apparteneva a quel mondo lì, egli non era quell’immagine che lo specchio gli restituiva così impietosamente. In rete era figo, un blogger di successo, molte donne se ne erano innamorate e gli avevano promesso amore senza fine, matrimoni, figli e una vita meravigliosa insieme. Peccato che anch’esse fossero delle ciccione paonazze, coi foruncoli e le ascelle non depilate, i denti storti e gli occhiali spessi un dito. Racchie sfigate e sole, come lui, che di notte invece di dormire si abbandonavano a letture e sogni virtuali immaginando il principe azzurro e sognando l’amore romantico che la vita aveva loro negato.
Col primo bagliore dell’alba che spuntò dai tetti, il blogger spense il PC, si stiracchiò, bevve l’ultimo sorso di caffè ormai freddo, si trascinò stancamente in cucina e con questi pensieri in testa, inghiottì un paio di sonniferi e andò a letto augurandosi un sonno profondo e senza sogni, in attesa di tornare a vivere ed essere l’uomo vero dentro ad un’altra notte virtuale.

Francis69