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martedì 18 luglio 2017

Joe Ely - Panhandle Rambler recensione



Recensisco a beneficio degli interessati, questo album di Joe Ely uscito nel 2015, Panhandle Rambler. Si tratta di un album a mio avviso molto interessante e che segna il ritorno ai fasti di un tempo di questo glorioso cantautore pioniere della musica country tradizionale con venature latine e dalle profonde radici Texane. Originario di Amarillo, la prima volta che ne sentii parlare fu nei lontani anni ‘80. Me lo ritrovai successivamente nel ’95 recensito in una rivista musicale in concomitanza con l’uscita del suo quattordicesimo album “Letter to Laredo” che lo riportava guarda caso nuovamente verso le sonorità tradizionali dopo tre lustri passati a sperimentare sonorità più elettriche grazie anche alle contaminazioni dell’amico omonimo ma che di cognome faceva Strummer (partecipò ai cori spagnoleggianti di Should I Stay or Should I Go dei Clash). La storia di Ely è costellata infatti di partenze e di ritorni. Come questa escursione nello stato a “manico di padella” (Panhandle Rambler appunto) che ci riporta il profumo lontano delle praterie texane, quegli odori tipici delle terre di frontiera, meta di pellegrinaggi ed escursioni, più e più volte compiute dal nostro a bordo di sonorità e roulottes d’altri tempi. Ascoltare questo album ti riporta inevitabilmente a quei luoghi e a quei malinconici tramonti sulle strade sperdute di quell’America ormai perduta e fotografata e mitizzata migliaia di volte, ma che ancora oggi non smette di stupire ed affascinare. 
Francis69

mercoledì 28 giugno 2017

Eagles Live - Recensione personale



La vera storia delle aquile è una di quelle tipiche favole che sentivamo da bambini e che ci piacevano così tanto, salvo poi, in età adulta, trovarne i difetti e le contraddizioni, ma continuando a riservar loro amore incondizionato. Non sono mai andati d’accordo, inutile nasconderselo, perché negarlo? E’ cosa risaputa. Del resto, non è stato così per la maggior parte delle storiche rock band? I Beatles non ne sono passati indenni. Eppure, in piena crisi conflittuale, riuscirono a sfornare il capolavoro Abbey Road. Così come i Pink Floyd con The Wall. Ma anche Led Zeppelin, Rolling Stones, The Who, Doors, Beach Boys, Aerosmith… E così anche gli Eagles, o meglio la loro Mayor, poichè la band era di fatto ormai sciolta, pubblicò ad inizio anni ’80, al termine di un tour molto litigato e controverso che pose fine, di fatto, al sodalizio durato 8 anni, un live doppio che fece storia. Eagles Live appunto.
Già la copertina è un classico, uno di quei capolavori che riconosci subito in mezzo a milioni di copertine. Un lato di un baule da roadie, dove vengono solitamente stivati e trasportati attrezzi e strumenti da concerto durante le tappe di trasferimento da una città/continente all’altro. Bella. Semplice. Immediata, direi quasi scontata per un album live. Eppure nessuno ci aveva ancora pensato prima. Chapeau. 
Passiamo al contenuto. L’album è una raccolta mixata di varie tracce registrate in diverse date negli States durante il tour promozionale dell’album The Long Run. Apre i giochi il cavallo di battaglia Hotel California, vera dichiarazione d’intenti dell’intero album, dove Joe Walsh e Don Felder duettano come due fiorettisti sfoggiando virtuosismi chitarristici da Nobel. Il finale è un’apoteosi tra le due chitarre che si scambiano rispettivi assoli e divenuto uno dei più celebri della storia. 
Una volta scaldati i motori il disco prosegue sui binari ben rodati di un classico come Heartache Tonight, in cui ogni membro della band pare divertirsi alla grande. Poi improvviso lo stop, il black out, dove le sfavillanti luci da palcoscenico lasciano il posto alle fiammelle degli accendini, che magicamente si alzano a migliaia nella notte allo scoccare delle prime note di basso di I Can’t Tell You Why, dove Timoty B. Schmit ci regala una voce solista da studio di registrazione: impeccabile. Neanche il tempo di esaurire i brividi che subito ci piomba addosso come una doccia fresca The Long Run, la title track dell’album appena registrato in studio all’epoca dagli aquilotti. Armonie cristalline e ritmo incalzante, una vera ballad da deserto Californiano. Il viaggio continua con l’intramontabile New Kid In Town, dove la voce malinconica di Glenn Frey si intreccia alle armonie dell’organo e ai cori in falsetto. Il primo vinile conclude la sua seconda facciata con una vera perla, a mio avviso una delle più belle dell’intero album, sia per interpretazione che per tecnica esecutiva: Life’s Been Good.
Brano scritto, interpretato e suonato interamente da Joe Walsh e dove gli altri hanno un ruolo da comprimari. Da ascoltare a pieno volume. Neanche il tempo di spolverare e mettere sul piatto il secondo vinile che subito veniamo graziati da Seven Bridges Road, brano inedito di Steve Joung, cantato interamente a cappella, solitamente usato dalla band per affinare e scaldare le voci e i cori prima dei concerti. Da far ascoltare e insegnare nelle scuole di canto. Altro stop al Gasoline per rifornire e si riparte subito con una ballata struggente in perfetto Eagles style come Wasted Time, in cui le qualità canore di Don Henley fanno sfoggio dei tempi migliori, con falsetti e gridolini da brivido. Poi, visto che siamo in vena di virtuosismi, veniamo travolti da un’altra ballata da pelle d’oca grazie all'interpretazione vocale magistrale di Randy Meisner. Take It To The Limit è uno di quei lenti che vorresti ballare stretto stretto alla tua donna o al tuo uomo, sudare insieme, stringersi, baciarsi in un vortice di emozioni e suoni dolcissimo e infinito. Non ne hai mai abbastanza.
Ecco allora che l’overdose di dolcezza viene servita su un piatto d’argento, chiamato Doolin Dalton, che dura solo quaranta secondi, ma tanto basta come preludio a ciò che deve venire. E poi il colpo da KO, diretto allo stomaco, che ti lascia senza fiato e comincia con le inconfondibili note al piano di Desperado. Qui vorresti morire, e se così fosse sarebbe dolcissimo e bellissimo, perché morire con le note di Desperado è forse il modo più dolce e inebriante per farlo. Brividi, sogni, emozioni, ricordi, amori, gioia, disperazione, lacrime, malinconia, sorrisi, vita… c’è dentro un po’ di tutto, e forse proprio tutto. Difficile riprendersi dal knok out di Desperado, ma il concerto deve pur continuare, the show must go on si dice in questi casi. Ormai siamo in pieno climax, dolcezza a profusione, che potrebbe essere il giusto epilogo di una notte d’amore. Poteva mancare Saturday Night in quest’orgia di emozioni, musica, mandolini, archi, chitarre, cori? Macchè, e così sia.  Poi basta però. E’ tempo di riprendere il viaggio, di farsi una doccia, un caffè, aprire le finestre e guardare il sole caldo della California. Ci vuole la giusta colonna sonora, ed eccola servita sulle note di All Night Long, dove la fantasia vola sulla Route 66 a bordo di una decapottabile d’epoca, e il sole e il vento in faccia col riverbero del deserto all’orizzonte. Città dopo città, Appalachi, Hollywood, Las Vegas, Rocky Mountain, Grand Canyon, tutto scorre via veloce come in una pellicola anni cinquanta al ritmo di Life In The Fast Lane, le chitarre di Felder e Walsh si sfidano a singolar tenzone per culminare in un crogiolo di ritmo e note in perfetto California Sound.
Siamo ormai giunti alla conclusione del viaggio, ma la sensazione è che non sia finito ma che vada oltre, che prosegua, anche senza di noi, un po’ come Thelma e Louise, cristallizzate nel volo che le ha rese immortali. Qui c’è tutto il ristoro e il rinfresco dopo un lungo e travagliato viaggio, l’attraversata coast to coast, per giungere all’oceano su ali libere e immortali, che si librano nell’azzurro del cielo, leggere come l’incipit con cui ci viene suggerito di prendere tutte le cose e, in fondo, la vita stessa: Take It Easy!
Grazie Eagles di averci portato con voi, nell’infinito migrare, in alto, là dove osano solo le aquile…
Francis69

giovedì 8 giugno 2017

Johnny Cash - Hurt




Il fluire di tutte le cose riconduce spesso verso orizzonti inaspettati, che si stagliano improvvisi dopo una curva della vita. Ogni cosa assume un senso se sappiamo darle una giusta collocazione. Per fare questo abbiamo bisogno di metterci in viaggio, anche su strade non note, ma proprio per questo più affascinanti. Ecco allora che una diversa prospettiva offre lo spunto per una nuova interpretazione... tutto questo accade anche con la musica. In gergo vengono definite "cover" per indicare delle reinterpretazioni personali di canzoni fatte da altri...

Francis69

martedì 6 giugno 2017

Singing In The Rain



E poi improvviso un rombo saturo, come di tuono che prima
lacera l’aria gonfia di umidità e poi rimbalza ed entra in loop come un
subwoofer sfondato a piena potenza…. Il fragore tumultuoso si spegne lontano in
echi sempre più radi e saturi di pioggia. Il cristallino rimbalzo delle rare
gocce scintillanti che danzano sul davanzale nel riflesso dei lampioni. Singing
in the Rain come Gene Kelly nel diluvio di emozioni, pioggia e profumo di
ozono. Il tempo non esiste, l’immagine è fissata in uno scatto indelebile in
bianco e nero nella memoria. Nella stanza in penombra, disegni strani sulle
pareti, ombre dilatate dei desideri accesi, luminosi come fari nella notte… la
musica avvolge e racchiude, sigilla e penetra, chiudo gli occhi e vengo rapito
da un film di mille anni fa…

Francis69

mercoledì 19 aprile 2017

Steve McQueen


Si narra che un giorno, sul finire del ’78, Steve McQueen incontrò a New York l’artista e regista pop Andy Warhol, il quale gli chiese se volesse interpretare un ruolo in un suo prossimo film. 
McQueen in maniera gentile declinò l’offerta. Allora Warhol gli chiese se potesse almeno scattargli qualche foto, da riprodurre in una sua opera pittorica. Evidentemente gli piaceva davvero molto, e non solo dal punto di vista artistico...
L’attore acconsentì. Mentre lo fotografava, gemendo, con la sua Polaroid, Warhol non perse l’occasione per lodarlo e insistere sul suo invito, ma senza fortuna. 
Qualche tempo dopo Warhol, mentre si trovava in compagnia del comune amico Truman Capote, chiese che cosa avesse detto McQueen di lui… la risposta fu serafica: “Che lo fai vomitare”... 
Francis69

mercoledì 12 aprile 2017

Tony Joe White e le notti piovose giù in Georgia



Tony Joe White, ai più questo nome dirà poco o nulla. Però se dico Rainy Night in Georgia già qualche lampadina inizia ad accendersi. Eh già, perché la storia che riguarda questo cantautore di nicchia - è il caso di dirlo - è alquanto strana, ma non rara nel mondo della musica. Tony Joe fa parte di quel nutrito sottobosco di talentuosi artisti e compositori che nella vita non sono mai stati baciati dal successo e dalla fama. Salvo poi scoprire che una canzone famosissima che si credeva scritta da altri, invece gli appartiene.
Tony Joe White, classe ’43, nasce ad Oak Grove, un sobborgo sperduto della Louisiana, da un’umile famiglia di origini Cherokee e comincia a strimpellare le sue prime note nei piccoli pub sparsi nello stato dove sfocia il Mississippi. Il suo stile musicale ricorda chitarristi più noti come Mark Knopfler e J.J. Cale e il suo timbro vocale è caldo e profondo, da sembrare quasi black, a dispetto del
suo cognome.

Incide il suo primo album nel ’69 che racchiude Polk Salad Annie brano ripreso e reinterpretato anche da Elvis Presley e Tom Jones. Dello stesso anno l’album successivo …Continued che contiene il suo pezzo più famoso. Sto parlando del capolavoro di Rainy Night in Georgia, stranamente passato inosservato e poi divenuto celebre l’anno successivo grazie alla reinterpretazione di Brook Benton. Successivamente fu ripreso da altri grandi interpreti, da Ray Charles a Randy Crawford, da David Ruffin a Rod Stewart, da Johnny Rivers ad Amos Garrett, da Hank Williams Jr. a Boz Scaggs in duetto con Conway Twitty, e ancora Aaron Neville, Chris Young e molti altri.
Inutile sottolineare che certi artisti sono destinati alla fama e al successo mentre altri rimangono condannati al ruolo di secondo piano come semi-sconosciuti. Il motivo è oscuro, forse perché qualcuno non ha le caratteristiche adatte per essere una star, forse qualche altro è più schivo e meno disposto a cedere ai compromessi e alle lusinghe dello showbiz. Chissà.
Una cosa è certa, che scoprire questi artisti dona una sorta di piacere difficile da spiegare. A noi rimane il fascino immortale delle loro opere, canzoni che sono già nella storia, per sempre.

Francis69 

giovedì 6 aprile 2017

Stairway to Heaven



Ok stasera mi sento molto punk, molto rock, e forse dovrei sforzarmi di dire qualcosa di molto glam su questa fottutissima Stairway to Heaven che non sia già stato detto. Ma le note mi rapiscono e mi portano laddove non conta più il tempo, dove lo spazio è così rarefatto che ogni cosa perde di significato. Per dire cosa poi? Che questo è il brano più maledettamente trascinante e potente che abbia mai sentito e che non mi stancherò mai di ascoltare e che Robert Plant era un dio, e Jimmy Page suonava meglio dei cherubini, che John Paul Jones volava sulle corde e che John Bonham picchiava come un maledetto matto e che ci manca tantissimo... cosa posso dire che le note non possano raccontare da sole meglio di qualunque aggettivo? Che un maledetto miracolo si è compiuto e non finisce di stupirmi come la prima volta?
Francis69