meravigliosa empatia in questi istanti. Come mi ci sento dentro a quelle immagini. Sulla copertina sta pensieroso, appena appoggiato sul cofano di un’auto che pare uscita da quei telefilm americani anni ’70. Una decapottabile. Si intravede sul profilo del cofano il marchio - F O R D - proprio così, con le lettere staccate. Chissà che modello è? Sarà certamente oggetto di una mia prossima ricerca (E' una Ford Galaxy 500 XL ndr). Indossa i jeans e una camicia smanicata bianca. La mano destra in un atteggiamento pensieroso copre la bocca e lo sguardo vaga lontano. Ma ciò che impressiona è il cielo che sovrasta tutto. Un cielo nuvoloso e lì in fondo nero come pece, tanto che i rilievi sul fondo, dove si perde a vista d’occhio la lunga striscia bianca e ghiaiosa della strada, tanto dritta da sembrare irreale, appaiono paradossalmente più chiari del cielo stesso. Quell’auto ferma lì in mezzo al nulla, al vuoto più totale, e dove il cielo paradossalmente sembra riempire tutto.
Nell’immagine sul retro la stessa auto, stavolta in movimento con gran nuvolone polveroso a seguire, percorre la stessa strada ghiaiosa, ma la foto appare più decentrata e assume a ruolo di protagonista la sterminata prateria di bluesteam.Questo digipack incute timore reverenziale solo a guardarlo. Figuriamoci ad ascoltarlo. Ma c’è tempo. Questi sono attimi da assaporare con calma, senza fretta. Acquistare una simile reliquia, scartarla e ficcare il CD frettolosamente dentro al lettore, magari in auto, un momento prima di immergersi nel traffico, equivale ad una bestemmia. Come guardare un Van Gogh alla stregua di un fumetto. Blasfemia pura. Ci sono cose che vanno assaporate con i giusti tempi e le dovute cautele. Una di queste è “The Promise” il doppio CD uscito lo scorso anno, contenente le tracce perdute (dice proprio così the lost sessions, non è una mia invenzione) del famosissimo Darkness On The Edge of Town del ’78. Anche i più sprovveduti sanno di quale caratura di opera stiamo parlando. Al di là che la musica del Boss possa piacere o meno, al di là di tutte le considerazioni e critiche che si possono muovere sul personaggio, questo (parlo di “Darkness…”) costituisce la pietra miliare, la cartina tornasole, di tutta la grandiosa ed enciclopedica carriera di Bruce Springsteen. Un Artista, con la A maiscola. Un personaggio raro, mistico e mitico. Un ciclope nel panorama musicale rock (e non solo) del pianeta terra. Sì perché, checché ne pensino i suoi fan più sfegatati (tra i quali mi ci metto senza indugio anch’io), Bruce è un umano e non un extra terreste. E’ prima di tutto e soprattutto un uomo. Capace di fare della sua semplice e umile umanità, un mito. Egli ha raccontato non solo l’America dei sogni, con tutte le sue illusioni e le promesse infrante (proverbiale il titolo del CD),
ma dell’umanità intera. Quando il Boss sbraitava nei microfoni il suo primo successo planetario (Born in The USA) qualcuno (governo Reagan ndr) sulla scia dell’enorme successo, tentò perfino di girare a proprio favore alcune allusioni contenute nel brano stesso, ignorando bellamente che si trattava invece di un grido di ribellione contro certi regimi, politiche e guerre. Mai domo e piegato dal successo Bruce percorre fino in fondo la sua carriera, conscio che ormai non si può più tirare indietro, né nascondersi dietro paradisi effimeri di droghe o alcool. Perfettamente consapevole che c’era (e c’è tutt’oggi) un popolo di fan che chiede, vuole, ama, piange, ride, lotta e si dispera sulla scia delle sue canzoni. E lui non può e non vuole deluderlo. Si concede, senza sosta, e sforna canzoni e canta, si agita, suda e si sgola ancora sul palco alla sua bella età (62 ndr), per dare ancora a chiunque sa accogliere la sua musica, energia vitale, fatta di parole, di suoni, di drammi, di sconfitte e rinascite. Ecco allora che quell’auto, assurta a metafora simbolica, lanciata attraverso la prateria della desolazione (che potrebbe essere la vita, il dolore, la disperazione), che solleva gran nugoli di polvere, quella stessa polvere che egli stesso ha dovuto mangiare più volte e in cui tutti, chi più chi meno, ci siamo trovati a sguazzare prima o poi, diventa il vascello della salvezza, per traghettare in salvo un’esistenza sdrucita e fallita. Egli lo fa a modo suo, come può e come sa fare meglio. Per ora non apro ancora. C’è tempo anche domani. Prima mi voglio saziare d’immagini e attese. Per la musica, quella vera, non voglio farmi trovare impreparato. E’ una promessa, e voglio mantenerla. To be continued...Francis69

Diretto, preciso, sentito e trasmesso. Bravo come sempre...........sempre piccola ala!!!!!!!!!!
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