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venerdì 4 agosto 2017

Lo strano caso di Eva Cassidy



La storia di Eva Cassidy è singolare e merita di essere raccontata. Anch’io l’ho scoperta per caso, leggendo una recensione qualche anno fa su una rivista specializzata, all’indomani dell’uscita del suo album live Nightbird. E’ una di quelle storie inusuali e commoventi che rimangono impresse, cristallizzate, come la sua voce. Pulita, limpida come un ruscello d’acqua fresca che sgorga dalle rocce dei monti Allegheny nel Maryland, patria nativa di Eva.
Un talento indiscutibile il suo, fin dall’infanzia, dove muoveva i suoi primi gorgheggi in una famiglia con spiccata propensione musicale. Sembra un destino già scritto e scontato. E invece no.
Sappiamo quanto a volte sappia essere beffardo e quanto sia difficile emergere nel mondo della musica anche se hai talento da vendere.
E così la storia della Cassidy sembra incanalarsi in un’esistenza anonima vincolata ad un lavoro come infermiera per guadagnarsi da vivere e sporadici comparse live nei fine settimana nei caffè e pub della zona per appagare la sua passione. 
Finchè un giorno la nota Chuck Brown, un musicista di Washington, mentre casualmente la sente esibirsi dal vivo e nota la sua voce fuori dall’ordinario. Così la convoca per collaborare a una sua incisione discografica autofinanziata. L’esperienza sembra proiettare Eva finalmente in un percorso di timida notorietà locale. Prende coraggio, dà le dimissioni da infermiera, riscuote la sua liquidazione e comincia a dedicarsi alla sua passione a tempo pieno, noleggiando l’attrezzatura e gli strumenti necessari per incidere un suo disco personale. L’occasione le si presenta all’alba del 1996 con un’esibizione al Blues Alley, un Jazz Club di Washington, assieme ad una band in stato di grazia: Chris Biondo al basso, Keith Grimes alle chitarre, Rice McLeod alla batteria e Lenny Williams al piano. Ciò che accadde quella sera fu qualcosa di magico. Una performance incredibile, uscita dal cilindro magico del destino, che neanche il raffreddore della Cassidy riesce a scalfire.
Ebbene tutto quello che si deve assolutamente ascoltare di Eva Cassidy è racchiuso in quella esibizione miracolosa che troviamo integralmente rimasterizzata in questo album. La voce straordinaria di Eva duetta meravigliosamente e indifferentemente con canzoni folk, country, blues, pop, jazz, R’n’B, gospel e soul a suo agio in qualsiasi genere con le straordinarie performance dei musicisti in vero e proprio stato di grazia. Quel che ne è uscito è tutto inciso qui in questo album che è impossibile non ascoltare e non avere.
Un capolavoro questo Nightbird, uscito nel 2015 e destinato a divenire un vero e proprio oggetto cult per gli amanti della musica raffinata e di classe.
Eva Cassidy muore pochi mesi dopo quella straordinaria performance, il 2 novembre del 1996 per un melanoma. Il destino beffardo sembra aver detto l'ultima parola. Ed invece no, perchè tutta la discografia esce postuma a parte il primo The Other Side con Chuck Brown. Finalmente ha raggiunto l'olimpo che le spettava di diritto. Sì, davvero una strana storia questa di Eva Cassidy…

Francis69

martedì 18 luglio 2017

Joe Ely - Panhandle Rambler recensione



Recensisco a beneficio degli interessati, questo album di Joe Ely uscito nel 2015, Panhandle Rambler. Si tratta di un album a mio avviso molto interessante e che segna il ritorno ai fasti di un tempo di questo glorioso cantautore pioniere della musica country tradizionale con venature latine e dalle profonde radici Texane. Originario di Amarillo, la prima volta che ne sentii parlare fu nei lontani anni ‘80. Me lo ritrovai successivamente nel ’95 recensito in una rivista musicale in concomitanza con l’uscita del suo quattordicesimo album “Letter to Laredo” che lo riportava guarda caso nuovamente verso le sonorità tradizionali dopo tre lustri passati a sperimentare sonorità più elettriche grazie anche alle contaminazioni dell’amico omonimo ma che di cognome faceva Strummer (partecipò ai cori spagnoleggianti di Should I Stay or Should I Go dei Clash). La storia di Ely è costellata infatti di partenze e di ritorni. Come questa escursione nello stato a “manico di padella” (Panhandle Rambler appunto) che ci riporta il profumo lontano delle praterie texane, quegli odori tipici delle terre di frontiera, meta di pellegrinaggi ed escursioni, più e più volte compiute dal nostro a bordo di sonorità e roulottes d’altri tempi. Ascoltare questo album ti riporta inevitabilmente a quei luoghi e a quei malinconici tramonti sulle strade sperdute di quell’America ormai perduta e fotografata e mitizzata migliaia di volte, ma che ancora oggi non smette di stupire ed affascinare. 
Francis69

mercoledì 28 giugno 2017

Eagles Live - Recensione personale



La vera storia delle aquile è una di quelle tipiche favole che sentivamo da bambini e che ci piacevano così tanto, salvo poi, in età adulta, trovarne i difetti e le contraddizioni, ma continuando a riservar loro amore incondizionato. Non sono mai andati d’accordo, inutile nasconderselo, perché negarlo? E’ cosa risaputa. Del resto, non è stato così per la maggior parte delle storiche rock band? I Beatles non ne sono passati indenni. Eppure, in piena crisi conflittuale, riuscirono a sfornare il capolavoro Abbey Road. Così come i Pink Floyd con The Wall. Ma anche Led Zeppelin, Rolling Stones, The Who, Doors, Beach Boys, Aerosmith… E così anche gli Eagles, o meglio la loro Mayor, poichè la band era di fatto ormai sciolta, pubblicò ad inizio anni ’80, al termine di un tour molto litigato e controverso che pose fine, di fatto, al sodalizio durato 8 anni, un live doppio che fece storia. Eagles Live appunto.
Già la copertina è un classico, uno di quei capolavori che riconosci subito in mezzo a milioni di copertine. Un lato di un baule da roadie, dove vengono solitamente stivati e trasportati attrezzi e strumenti da concerto durante le tappe di trasferimento da una città/continente all’altro. Bella. Semplice. Immediata, direi quasi scontata per un album live. Eppure nessuno ci aveva ancora pensato prima. Chapeau. 
Passiamo al contenuto. L’album è una raccolta mixata di varie tracce registrate in diverse date negli States durante il tour promozionale dell’album The Long Run. Apre i giochi il cavallo di battaglia Hotel California, vera dichiarazione d’intenti dell’intero album, dove Joe Walsh e Don Felder duettano come due fiorettisti sfoggiando virtuosismi chitarristici da Nobel. Il finale è un’apoteosi tra le due chitarre che si scambiano rispettivi assoli e divenuto uno dei più celebri della storia. 
Una volta scaldati i motori il disco prosegue sui binari ben rodati di un classico come Heartache Tonight, in cui ogni membro della band pare divertirsi alla grande. Poi improvviso lo stop, il black out, dove le sfavillanti luci da palcoscenico lasciano il posto alle fiammelle degli accendini, che magicamente si alzano a migliaia nella notte allo scoccare delle prime note di basso di I Can’t Tell You Why, dove Timoty B. Schmit ci regala una voce solista da studio di registrazione: impeccabile. Neanche il tempo di esaurire i brividi che subito ci piomba addosso come una doccia fresca The Long Run, la title track dell’album appena registrato in studio all’epoca dagli aquilotti. Armonie cristalline e ritmo incalzante, una vera ballad da deserto Californiano. Il viaggio continua con l’intramontabile New Kid In Town, dove la voce malinconica di Glenn Frey si intreccia alle armonie dell’organo e ai cori in falsetto. Il primo vinile conclude la sua seconda facciata con una vera perla, a mio avviso una delle più belle dell’intero album, sia per interpretazione che per tecnica esecutiva: Life’s Been Good.
Brano scritto, interpretato e suonato interamente da Joe Walsh e dove gli altri hanno un ruolo da comprimari. Da ascoltare a pieno volume. Neanche il tempo di spolverare e mettere sul piatto il secondo vinile che subito veniamo graziati da Seven Bridges Road, brano inedito di Steve Joung, cantato interamente a cappella, solitamente usato dalla band per affinare e scaldare le voci e i cori prima dei concerti. Da far ascoltare e insegnare nelle scuole di canto. Altro stop al Gasoline per rifornire e si riparte subito con una ballata struggente in perfetto Eagles style come Wasted Time, in cui le qualità canore di Don Henley fanno sfoggio dei tempi migliori, con falsetti e gridolini da brivido. Poi, visto che siamo in vena di virtuosismi, veniamo travolti da un’altra ballata da pelle d’oca grazie all'interpretazione vocale magistrale di Randy Meisner. Take It To The Limit è uno di quei lenti che vorresti ballare stretto stretto alla tua donna o al tuo uomo, sudare insieme, stringersi, baciarsi in un vortice di emozioni e suoni dolcissimo e infinito. Non ne hai mai abbastanza.
Ecco allora che l’overdose di dolcezza viene servita su un piatto d’argento, chiamato Doolin Dalton, che dura solo quaranta secondi, ma tanto basta come preludio a ciò che deve venire. E poi il colpo da KO, diretto allo stomaco, che ti lascia senza fiato e comincia con le inconfondibili note al piano di Desperado. Qui vorresti morire, e se così fosse sarebbe dolcissimo e bellissimo, perché morire con le note di Desperado è forse il modo più dolce e inebriante per farlo. Brividi, sogni, emozioni, ricordi, amori, gioia, disperazione, lacrime, malinconia, sorrisi, vita… c’è dentro un po’ di tutto, e forse proprio tutto. Difficile riprendersi dal knok out di Desperado, ma il concerto deve pur continuare, the show must go on si dice in questi casi. Ormai siamo in pieno climax, dolcezza a profusione, che potrebbe essere il giusto epilogo di una notte d’amore. Poteva mancare Saturday Night in quest’orgia di emozioni, musica, mandolini, archi, chitarre, cori? Macchè, e così sia.  Poi basta però. E’ tempo di riprendere il viaggio, di farsi una doccia, un caffè, aprire le finestre e guardare il sole caldo della California. Ci vuole la giusta colonna sonora, ed eccola servita sulle note di All Night Long, dove la fantasia vola sulla Route 66 a bordo di una decapottabile d’epoca, e il sole e il vento in faccia col riverbero del deserto all’orizzonte. Città dopo città, Appalachi, Hollywood, Las Vegas, Rocky Mountain, Grand Canyon, tutto scorre via veloce come in una pellicola anni cinquanta al ritmo di Life In The Fast Lane, le chitarre di Felder e Walsh si sfidano a singolar tenzone per culminare in un crogiolo di ritmo e note in perfetto California Sound.
Siamo ormai giunti alla conclusione del viaggio, ma la sensazione è che non sia finito ma che vada oltre, che prosegua, anche senza di noi, un po’ come Thelma e Louise, cristallizzate nel volo che le ha rese immortali. Qui c’è tutto il ristoro e il rinfresco dopo un lungo e travagliato viaggio, l’attraversata coast to coast, per giungere all’oceano su ali libere e immortali, che si librano nell’azzurro del cielo, leggere come l’incipit con cui ci viene suggerito di prendere tutte le cose e, in fondo, la vita stessa: Take It Easy!
Grazie Eagles di averci portato con voi, nell’infinito migrare, in alto, là dove osano solo le aquile…
Francis69

giovedì 8 giugno 2017

Johnny Cash - Hurt




Il fluire di tutte le cose riconduce spesso verso orizzonti inaspettati, che si stagliano improvvisi dopo una curva della vita. Ogni cosa assume un senso se sappiamo darle una giusta collocazione. Per fare questo abbiamo bisogno di metterci in viaggio, anche su strade non note, ma proprio per questo più affascinanti. Ecco allora che una diversa prospettiva offre lo spunto per una nuova interpretazione... tutto questo accade anche con la musica. In gergo vengono definite "cover" per indicare delle reinterpretazioni personali di canzoni fatte da altri...

Francis69

martedì 6 giugno 2017

Singing In The Rain



E poi improvviso un rombo saturo, come di tuono che prima
lacera l’aria gonfia di umidità e poi rimbalza ed entra in loop come un
subwoofer sfondato a piena potenza…. Il fragore tumultuoso si spegne lontano in
echi sempre più radi e saturi di pioggia. Il cristallino rimbalzo delle rare
gocce scintillanti che danzano sul davanzale nel riflesso dei lampioni. Singing
in the Rain come Gene Kelly nel diluvio di emozioni, pioggia e profumo di
ozono. Il tempo non esiste, l’immagine è fissata in uno scatto indelebile in
bianco e nero nella memoria. Nella stanza in penombra, disegni strani sulle
pareti, ombre dilatate dei desideri accesi, luminosi come fari nella notte… la
musica avvolge e racchiude, sigilla e penetra, chiudo gli occhi e vengo rapito
da un film di mille anni fa…

Francis69

mercoledì 19 aprile 2017

Steve McQueen


Si narra che un giorno, sul finire del ’78, Steve McQueen incontrò a New York l’artista e regista pop Andy Warhol, il quale gli chiese se volesse interpretare un ruolo in un suo prossimo film. 
McQueen in maniera gentile declinò l’offerta. Allora Warhol gli chiese se potesse almeno scattargli qualche foto, da riprodurre in una sua opera pittorica. Evidentemente gli piaceva davvero molto, e non solo dal punto di vista artistico...
L’attore acconsentì. Mentre lo fotografava, gemendo, con la sua Polaroid, Warhol non perse l’occasione per lodarlo e insistere sul suo invito, ma senza fortuna. 
Qualche tempo dopo Warhol, mentre si trovava in compagnia del comune amico Truman Capote, chiese che cosa avesse detto McQueen di lui… la risposta fu serafica: “Che lo fai vomitare”... 
Francis69

mercoledì 12 aprile 2017

Tony Joe White e le notti piovose giù in Georgia



Tony Joe White, ai più questo nome dirà poco o nulla. Però se dico Rainy Night in Georgia già qualche lampadina inizia ad accendersi. Eh già, perché la storia che riguarda questo cantautore di nicchia - è il caso di dirlo - è alquanto strana, ma non rara nel mondo della musica. Tony Joe fa parte di quel nutrito sottobosco di talentuosi artisti e compositori che nella vita non sono mai stati baciati dal successo e dalla fama. Salvo poi scoprire che una canzone famosissima che si credeva scritta da altri, invece gli appartiene.
Tony Joe White, classe ’43, nasce ad Oak Grove, un sobborgo sperduto della Louisiana, da un’umile famiglia di origini Cherokee e comincia a strimpellare le sue prime note nei piccoli pub sparsi nello stato dove sfocia il Mississippi. Il suo stile musicale ricorda chitarristi più noti come Mark Knopfler e J.J. Cale e il suo timbro vocale è caldo e profondo, da sembrare quasi black, a dispetto del
suo cognome.

Incide il suo primo album nel ’69 che racchiude Polk Salad Annie brano ripreso e reinterpretato anche da Elvis Presley e Tom Jones. Dello stesso anno l’album successivo …Continued che contiene il suo pezzo più famoso. Sto parlando del capolavoro di Rainy Night in Georgia, stranamente passato inosservato e poi divenuto celebre l’anno successivo grazie alla reinterpretazione di Brook Benton. Successivamente fu ripreso da altri grandi interpreti, da Ray Charles a Randy Crawford, da David Ruffin a Rod Stewart, da Johnny Rivers ad Amos Garrett, da Hank Williams Jr. a Boz Scaggs in duetto con Conway Twitty, e ancora Aaron Neville, Chris Young e molti altri.
Inutile sottolineare che certi artisti sono destinati alla fama e al successo mentre altri rimangono condannati al ruolo di secondo piano come semi-sconosciuti. Il motivo è oscuro, forse perché qualcuno non ha le caratteristiche adatte per essere una star, forse qualche altro è più schivo e meno disposto a cedere ai compromessi e alle lusinghe dello showbiz. Chissà.
Una cosa è certa, che scoprire questi artisti dona una sorta di piacere difficile da spiegare. A noi rimane il fascino immortale delle loro opere, canzoni che sono già nella storia, per sempre.

Francis69 

giovedì 6 aprile 2017

Stairway to Heaven



Ok stasera mi sento molto punk, molto rock, e forse dovrei sforzarmi di dire qualcosa di molto glam su questa fottutissima Stairway to Heaven che non sia già stato detto. Ma le note mi rapiscono e mi portano laddove non conta più il tempo, dove lo spazio è così rarefatto che ogni cosa perde di significato. Per dire cosa poi? Che questo è il brano più maledettamente trascinante e potente che abbia mai sentito e che non mi stancherò mai di ascoltare e che Robert Plant era un dio, e Jimmy Page suonava meglio dei cherubini, che John Paul Jones volava sulle corde e che John Bonham picchiava come un maledetto matto e che ci manca tantissimo... cosa posso dire che le note non possano raccontare da sole meglio di qualunque aggettivo? Che un maledetto miracolo si è compiuto e non finisce di stupirmi come la prima volta?
Francis69

lunedì 3 aprile 2017

Somebody to love



C’è magia nell’aria stanotte, il vento dei ricordi spettina
i pensieri, mossi a malinconia, tenera e disperata malinconia. Ogni volta che
ci si ferma col fiato grosso a guardare indietro, ci assale il ricordo di
coloro che non ci sono più. Sono volti che abbiamo amato, a cui abbiamo
parlato, sorriso o semplicemente sono stati amici per un breve tragitto di
vita. Tutti loro vivono nella memoria, nei luoghi dove siamo passati, anche
solo una volta. Ci sono luoghi che rimangono nella memoria per sempre, legati a
canzoni e a persone che non abbiamo dimenticato. Ci sono parole che vorremmo
aver detto nei momenti giusti, ma al momento giusto non ci siamo riusciti. Ci
sono cose che vorremmo aver fatto, ma abbiamo perso l’occasione.
Abbiamo molto viaggiato, alla ricerca di qualche sogno che potesse diventare realtà.
Quanti chilometri e notti insonni passate con la musica ad attraversare l’anima, lo
sguardo lontano, dove il nastro d’asfalto si tuffa nell’orizzonte, notti
solitarie passate a dire a se stessi “Sogna come se dovessi vivere per sempre,
vivi come se dovessi morire oggi”. E poi i sogni ad occhi aperti, i ricordi
degli amici rimasti e di quelli che se ne sono andati, i rimpianti tarlati dal
disincanto che uccide la fantasia. Ma siamo ancora vivi e possiamo sognare
ancora, sperando di rivivere nuovamente la “Summer of Love”, l’epoca unica ed
irripetibile dove sognare e amare era l’unica via…
Francis69

lunedì 27 marzo 2017

Crazy Heart





L’ho visto finalmente l’altra sera, dopo un po’ di tempo che avevo acquistato il DVD in edicola e che tenevo ancora incartato nel cellophane.
Non nascondo che avevo delle aspettative verso la pellicola, fin dal 2010 quando vidi i trailer. Il fatto che sia stato un film mai passato in TV, o che io non abbia mai visto prima di allora, la dice lunga sui miei tempi!
Aspettative che derivano dal mio amore verso la musica, il mondo Country e verso questo genere di film, dove c’è una storia interessante.
Inoltre il protagonista è uno dei miei attori preferiti, Jeff Bridges, vincitore di un Golden Globe e di un Oscar. In totale il film riceve due Golden Globe e due Oscar (miglior attore protagonista e miglior canzone originale - The Weary Kind di Ryan Bingham e T-Bone Burnett).
Inutile dire che la colonna sonora è di alto livello come le performance dello stesso Bridges, che interpreta tutte le canzoni del protagonista Bad Blake, Buck Owens, The Louvin’ Brothers, Ryan Bingham, Lightnin’ Hopkins, Waylon Jennings, Townes Van Zandt e Sam Philips.
Un’immersione calda e immediata nel Country vero, onesto, classico.
La storia si dipana dal viale del tramonto, tristemente imboccato da un ormai vecchio e alcolizzato ex cantautore Country di successo, che deve fare i conti coi suoi cinque divorzi e i nuovi musicisti che avanzano e le difficoltà sempre maggiori a reperire un contratto decente che gli garantisca una remunerazione che gli consenta di sopravvivere e di comprarsi una bottiglia di Whisky di infima qualità in uno Store qualsiasi sperduto nel deserto. Una realtà quotidiana fatta di decadenza, di Motels fatiscenti, di rapporti promiscui improvvisati e palchi sempre più dimessi nella lontana e alienata periferia americana. Un uomo costretto dalle necessità ad adattarsi ad un mondo che non riconosce più, nonostante un manipolo di fans incalliti ancora calorosi e disposti a tutto pur di vederlo suonare nel Bar sgangherato del paese. Finchè un giorno non riscopre l’amore, imprevisto e inaspettato, una giovane aspirante giornalista che, grazie ad un figlio che il vecchio cantante impara presto ad adorare, lo spinge verso la disintossicazione e il recupero di una vita più regolare. Ma come nelle migliori sceneggiature, prima di risalire bisogna toccare il fondo. Il vecchio Blake sfiorerà la morte in più occasioni sia per gli eccessi dell’alcool e del fumo che per un incidente stradale.
Finchè accade l’irreparabile quando, dopo l’ennesima sbornia, smarrisce il figlio che l’amata gli aveva affidato. Alla fine viene ritrovato sano e salvo ma l’episodio segna in modo indelebile il loro rapporto, tanto che lei capisce che egli non potrà mai essere il compagno e padre per suo figlio che credeva di aver trovato.
Blake si disintossica e continua a scrivere canzoni e ritorna dalla sua amata che però lo rifiuta definitivamente. Egli allora cerca il riscatto in ciò che sa fare e che gli riesce meglio, scrivere canzoni. Canzoni che farà interpretare al giovane cantante country emergente, l’odiato ex discepolo (Colin Farrell), che comunque nutre nei suoi confronti un debito morale di riconoscenza per ciò che gli ha insegnato e che gli ha permesso di raggiungere il successo di cui gode e cerca in qualche modo di aiutare.
Alla fine riesce a sdebitarsi rilanciandolo come autore, garantendogli la sicurezza economica che inseguiva da tempo.
Nel complesso una storia vera, costellata di fallimenti, di cadute nell’abisso e di faticose risalite fino al luminoso e malinconico finale in un tramonto country classico sulle note in sottofondo di The Weary Kind, dove i due ex amanti si ritrovano, dopo aver imboccato strade e vite separate, ma che sodalizzano un’affetto e amicizia sinceri, per sempre. Bel film e belle sceneggiature. Un Jeff Bridges sontuoso, che merita ampiamente i riconoscimenti, e belle canzoni che contribuiscono ad avvolgere lo spettatore nella calda atmosfera country.
Francis69 

mercoledì 22 marzo 2017

You and Your Friend (On the Night)





Ore 8:00, immerso nel traffico costipato del mattino, i pullman, le auto, migliaia di biciclette e studenti con lo zaino dalle facce arrossate e insonnolite... li guardo tutti. Sono adolescenti, come me un tempo... chi scruta lo smartphone, chi indossa le cuffie con aria assorta, chi ride, chi fuma, chi ha la faccia dura e imbronciata... sono ragazzi, che ambiscono a un futuro, lo sognano, lo immaginano bello, luminoso, pieno di speranze e promesse... proprio come le nostre, un tempo.... voglio immaginare che un domani potranno sistemare i disastri che la nostra generazione sta inesorabilmente compiendo... intanto nell'autoradio suonano le note rade e profonde di "You And Your Friend" dei Dire Straits... alzo il volume... per coprire il frastuono dei clacson e dei pensieri negativi... alzo... e improvviso uno spruzzo di acquerugiola inonda il parabrezza dell'auto... innesco il tergicristallo che con un paio di colpi spazza via le gocce e la malinconia... Buona giornata gente, è primavera! (y)

venerdì 20 maggio 2016

Pensavo a te



…e poi arrivano quei giorni in cui nulla non va... però ti attraversa una sottile malinconia... arriva improvvisa al mattino quando i sogni si mescolano alle prime luci dell'alba, quei brevi istanti ne sogno ne realtà, quando i pensieri arrivano da chissà dove e vagano da soli senza meta e non ti abbandonano per tutto il giorno. Ti accompagnano, non ti lasciano in pace... puoi non pensarci, o far finta di nulla, ma loro sono lì, dietro i tuoi sguardi, dietro le parole, dietro ai silenzi. Poi, senza saperlo, cerchi conforto in una canzone adatta a lenire quello stato d'animo strano, speciale, indefinito... quelle canzoni arrivano poi, e sono proprio quelle giuste, che hanno il potere di dare forma a quella sottile tristezza a cui non riesci a dare un nome... ma le canzoni sì, ci riescono eccome... allora vorresti condividerle con qualcuno. Qualcuno che capisca perfettamente cosa intendi esprimere, dire, trasmettere... qualcuno con cui spartire qualcosa, di strano, indefinito, bello... proprio come quei sogni, proprio come quelle canzoni...

Francis69

Novecento. Un piccolo capolavoro



Una volta le recensioni erano una delle cose che sapevo fare... o meglio mi riuscivano bene. Ci provo con questo libriccino che ho appena ultimato di leggere e suggeritomi dall'amica Valeria Vello che ringrazio. Il film è una di quelle pellicole indimenticabili da cineteca, complice la regia di Bernardo Bertolucci, ma grazie anche alla storia in sè. Frutto della fantasia dello scrittore, è una di quelle idee folgoranti che intuisci subito essere il cosiddetto colpo di fulmine. Chi mai aveva immaginato prima una storia talmente assurda e bislacca da sembrare vera e credibile? In breve un bambino, abbandonato su una grossa nave transoceanica ai tempi delle grandi migrazioni a cavallo tra le due guerre, viene adottato dall'equipaggio e che su quella nave trascorre tutta la sua vita, senza mai mettere piede sulla terraferma. Se ci pensiamo, già di per sè la storia è straordinaria così. Figuriamoci poi, se ci aggiungiamo che il predetto, diviene anche un fuoriclasse del pianoforte. Un virtuoso che non ha eguali, sulla terraferma. Ma siccome lui, la terraferma non l'ha mai nemmeno sfiorata, rimane un fenomeno quasi da baraccone, la cui storia vola di bocca in bocca, tramandata da migliaia di emigranti, che contribuiscono a renderlo leggenda. Un monologo teatrale, il libriccino di poche pagine. Troppo poche. La storia meritava un più ampio racconto, uno svolgimento più dettagliato e prolisso. C'era davvero tanto da raccontare, da infiorettare, da sviscerare... l'impressione è proprio quella di un leggero senso di insoddisfazione, dopo un antipasto sontuoso. Ad una prima valutazione superficiale. Sì perchè poi si capisce che la grandezza della storia è proprio nel lasciare ampi spazi alla fantasia, all'immaginazione, del lettore. E' un capolavoro. E come tutti i capolavori, a volte, sono davvero di dimensioni ridotte, come la Monna Lisa di Leonardo (77x53 cm.) o brevi come Johnny B. Goode di Chuck Berry (2'40") o Hound Dog di Elvis Presley (2'15"), era destino che durasse così poco. Un destino beffardo e crudele, che lascia l'amaro in bocca, come il finale della storia, così romantico, così tragico eppur così terribilmente bello...

Francis69

mercoledì 7 ottobre 2015

Meaning of an emotion

 
Leggero come un volteggio di un gabbiano bianco, delicato come un battito d'ali, elegante come una sinfonia di note che si rincorrono cristalline, deciso come uno spruzzo improvviso d'acqua fresca sul viso, come un alito di vento che fa rabbrividire la pelle, come un braccio attorno alle spalle davanti al mare, spumeggiante come il fragore delle onde sugli scogli, inebriante come un vino frizzante e fresco, leggiadro come un cavallo che corre sulla spiaggia, tenero come una lacrima, rotondo come l'iride degli occhi, magico come un bacio sulle labbra...
Francis69

mercoledì 13 maggio 2015

Lettere - John Fante

Appena terminato il libro "Lettere" di John Fante il primo commento è stato: Meraviglioso! Chi si aspetta di trovarci i tipici racconti tragicomici dello scrittore italo-americano resterà deluso.
Chi spera di trovare qualcosa di più intimo e personale dello scrittore invece, sarà esaudito. Un affresco di lettere, indirizzate per lo più alla madre, ma anche ai suoi amici più intimi, che raccontano il vissuto e le difficoltà, ma anche gli sperperi di tempo e denaro e le colossali bevute, di uno degli scrittori più interessanti del secolo scorso. Alcune rasentano il parossismo più estremo, come quelle dove si offre candidamente volontario per deflorare le mogli e fidanzate dei suoi fratelli, onde farle vivere più pienamente e gioiosamente la vita... dire che Fante era un genio della scrittura può apparire esagerato, ma provate ad accostarvi ai suoi libri - Chiedi alla Polvere, Aspetta primavera Bandini, Full of Life, La confraternita dell'Uva (del Chianti), Sogni di Bunker Hill, La strada per Los Angeles - ne resterete scioccati ed affascinati allo stesso tempo.
Francis 69

venerdì 13 febbraio 2015

In un'altra vita



Cosa avrei voluto essere in un’altra vita? Un musicista e uno scrittore… la musica è parte di me, non riesco ad immaginare un giorno senza di lei… mi piacerebbe essere capace di crearla, di inventarla, di suonarla… posso solo ascoltarla, sentirla, farla mia e immaginare di essere lì a suonarla in un locale fumoso, oppure sopra un palco affollato… ma i sogni spesso sono così vividi da sembrare veri. Ed ecco allora che parte l’emozione, che ti fa accapponare la pelle, ti fa rabbrividire e godere di una sensazione fantastica, seppure irreale… questa è la musica. E poi scrivere, scrivere, scrivere… ascoltando musica e fissare sulla carta le sensazioni che ne derivano… senza filtri, senza schemi… take it easy. Se ci penso bene, in fondo, è questo che mi piacerebbe fare veramente…
Francis69

lunedì 2 febbraio 2015

Downtown Train


E' un pomeriggio piovoso e grigio di nubi basse e mani fredde... lo sguardo vola lontano, attraverso il vetro umido di pioggia... vedo le gocce allinearsi e scorrere come vagoni in partenza, sempre più lunghi... come vorrei saltare su un treno e andare... non so dove... via verso città nuove... dove il fumo esce dai tombini e la gente cammina frettolosa su marciapiedi affollati senza badare a te... poi, infreddolito entrare in un bar, caldo ed accogliente, con il profumo dolce del caffè e del cioccolato...  ordinare e sedermi vicino alla finestra per osservare il fluire delle cose... il via-vai dei treni lungo la banchina della stazione....
Francis69

lunedì 14 luglio 2014

La casa dei sogni

L’edificio sorgeva da un prato con l’erba rasata di fresco, la veranda sul davanti era memore di lunghe serate d’estate, passate ad ascoltare il frinire delle cicale e a sorseggiare una birra. I balconi spalancati erano tanti occhi aperti sulla collina, dove i sogni di ragazzo si rincorrevano lungo i prati, come cavalli selvaggi e liberi. Dietro quelle finestre, nelle sere piovose, passavo lunghe ore a guardar fuori, attraverso i vetri umidi di pioggia, alla ricerca di un futuro lontano, e la musica… la musica si librava nell’aria e riempiva ogni cosa.

// Francis69

venerdì 6 giugno 2014

Mi sono innamorato nuovamente

Mi sono innamorato una seconda volta… a volte succede. Soprattutto quando il tempo, i chilometri, la polvere, i moscerini a poco a poco ricoprono di una patina sottile ma sempre più ingombrante la nostra moto. Tanto che, vederla lì, in garage, ferma da mesi, non ti da più alcuna emozione. E così la decisione malsana viene presa nella maniera che pare più indolore possibile. Accadesse che poi magari te ne liberi così, improvvisamente, forse il rimpianto sarebbe di breve durata, e poi il tempo fa la sua parte e tutto passa via…. Invece no! Allora ti viene suggerito di spogliarla di tutti i suoi accessori, che hai cercato, sognato, procurato con tanta dedizione e qualche sacrificio. Venderli a parte ti garantisce sicuramente un introito maggiore. Certo, è così. E accade che inizi a togliere qui, rimontare di là, sostituire su, cambiare giù e a poco a poco eccola lì, nuovamente come appariva in origine. Visto che ci sei, ci dai anche una bella lavata, ingrassata, lucidata. E il risultato è tutto lì, sotto ai tuoi occhi: una moto meravigliosa, che ti ha fatto innamorare la prima volta che l’hai vista, che ti ha emozionato la prima volta che l’hai guidata, che ti ha esaltato la prima volta che l’hai spinta oltre ogni limite… e adesso? Adesso ti accorgi che non te ne vorresti separare. Speri di non riuscire a venderla… perchè ti sei innamorato nuovamente di lei, così com’è, semplice e nuda, come una bella e affascinante donna. La gente mi chiede se mi sono comprato la moto nuova… ma com’è possibile? E’ sempre lei, solo più semplice e originale… bella come non mai. I love you Varadero!

Francis69

giovedì 26 settembre 2013

Il diavolo in me


Il destino è una lama tagliente, uno stridore d’unghia sul vetro. Trovarsi soli a pensare, senza orizzonti da guardare, senza albe da attendere. La notte sempre più buia e senza fine. Una paura ingiustificata che ti prende allo stomaco, ti fa tremare le gambe e pensi che sia finita. Non c’è scampo, non sai a chi aggrapparti. Credi che nessuno ti capisca, vorresti gridare e chiedere aiuto. Nessuno ti ascolta, e non vuoi disturbare. Scusa amore, non ti sveglierò più, sto solo morendo. Il mondo la fuori è buio, nessuno ti ascolta. Aiuto! Una sirena echeggia lontana, ti chiedi se sta correndo per te. Forse sei già andato, oppure manca poco. Panico! Non sai che fare, eppure, nulla non va. Fisicamente. E’ solo la tua testa che ti ha tradito. Non pensare, non pensare, non pensare. Vorresti dormire. No, hai detto dormire, non morire. Non vuoi morire. Una paura fottuta di morire ti comprime il petto, ti toglie l’aria. Forse è giunta l’ora. Eppure sono ancora qui. Preghi, invochi, supplichi. Non vivi, sopravvivi. Tiri a campare, senza ascoltare veramente nessuno. Non t’importa di nulla. Apatia, vorresti addormentarti, per non pensare. Ma non ci riesci. La notte è lunga, un tunnel senza fine. I pensieri si rincorrono senza logica. Pensare positivo. Facile a dirsi. Ti chiudi a riccio, non sai più che fare. Ti guardi allo specchio e non vedi nessuno. Un involucro floscio senza contenuto che trascina i piedi, lo sguardo rivolto a terra. Guardi la gente, ti chiedi come fanno a vivere, sorridere, parlare ignari di tutto. Perché proprio io e non loro? Basterebbe solo un po’ più di fiducia. Una montagna da scalare troppo irta, da solo non ce la puoi fare. Sarebbe semplice con una pastiglia, far passare tutto questo, no? Ma è solo illusione. Nessuna medicina ti può tirar fuori dal pozzo nero in cui sei finito. Eppure, un po’ di luce, lassù, c’è. Poi, improvvisamente, lentamente, faticosamente, sei fuori. Credi di avercela fatta. Scivoli di nuovo. Sei dentro, merda! Devo uscire da qui…
Francis69