Chi sono

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Un uomo ordinario impegnato nella straordinaria avventura di vivere...

mercoledì 15 dicembre 2010

Oh no...


...mi si è seccata la vena... non trovo più gli stimoli per creare, inventare, raccontare... sono come quegli scrittori nei film che appallottolano fogli in continuazione alla disperata ricerca dell'ispirazione giusta... mi si è inaridita la fantasia... non so più come si fa a volare... guardo i tramonti e le nuvole rossastre ma non mi dicono niente... sì, ascolto tanta musica, sempre, ma nessuna mi emoziona veramente... passano i giorni e mi dico che passerà... ma non succede nulla... vivo normalmente come tutti, ma non volo in alto... che mi succede? Cos'ho? Aiuto...

mercoledì 1 dicembre 2010

Blu e nero


Leggo articoli sui giornali in cerca di tue notizie e non ci sei. Scruto agli angoli delle strade e non ci sei. Cammino tra la gente in cerca del tuo viso e non ci sei. Ti cerco nel buio delle chiese e non ci sei. Guardo sotto al letto la sera prima di addormentarmi e tu non sei lì. Apro l'armadio in cerca di te e non ti trovo. Sei tutto ciò che ho perso. Avrei combattuto il mondo per te se solo avessi pensato che volevi questo. Avrei anche ignorato ciò che era vero e ciò che non lo era, se solo avessi capito che era ciò che volevi da me. Sei il prezzo nascosto sotto all'etichetta dei saldi, quello che si è perso in ogni cosa che faccio. Eppure continuerò a cercarti nelle ombre e nella luce e in tutti i volti per strada, perché è così che è l’amore, un pò blu e un pò nero...

Francis69

venerdì 5 novembre 2010

Fantasmi

Vago nel buio, cercando la luce nei sogni da bambino, tento di afferrare il mio respiro, brancolando nei ricordi. Aspetto l’alba che cancelli gli incubi e i cattivi pensieri. Ovunque intorno aleggia lo spirito di Tom Joad, lungo la strada che sembra viva, nei campi incolti, nei voli dei gabbiani e nei ruderi diroccati, sferzati dal tempo. Piango seduto su un sasso alla ricerca di me stesso, ma finisco col trovare sempre il mio fantasma che mi siede a fianco raccontandomi storie. Non mi riconosco, tento di abbracciarmi e afferro il niente. Pochi spiccioli in tasca, non bastano nemmeno per un caffè. E questo freddo che porto dentro, sconvolge ogni mio senso, lungo la strada che sembra respirare stanotte. Dove conduca nessuno lo sa, forse dentro ad un altro sogno. Cammino e non so dove sto andando, perdo l’anima nel fondo di una bottiglia, e il lento oscillare degli alberi sembra salutare. Il fumo della sigaretta che s’alza piano e lo sguardo lo segue fino a dissolversi nel cielo buio...

Francis69

martedì 26 ottobre 2010

Solo perchè?


Appiattiti da venti di pioggia, come di lampi scarmigliati e veementi tracciati nel buio, languidi sussurri di pace scendono piano, accarezzano lievi, i contorni bui profondi come oceani, in movimento, accavallandosi e ruggendo, a testimonianza sferzante nel cielo tuonante. Brumose e scure, le sere autunnali, bagnate e languide, stese come amanti su lancinanti tramonti. Foglie ruotano nell’aria in turbini feroci, a scagliare lontano voli e sogni. Alzato e grondante, posando il piede su terra umida ed erba, quante volte contando i minuti, passano i giorni e le sere calde di focolari, d’inverno, sotto una fioca luce circoscritta e fievole, note che passano e trasmettono passioni forti, riempiendo petto e respiri di sguardi oltre il vetro bagnato, gocce di pioggia solcano la vista, nel buio un lampo veloce e un tuono lontano. Basta capire, solo emozione, per sempre, vicino ma lontano, un poco solo, e poi tutto sfugge e rincorre, rinascendo oggi, per poi morire un po’ domani, ma non fa nulla, per questo respiriamo, siffatte nubi solcano il cielo, scaricando pioggia e vento, e fiamme che ora ricoprono il silenzio e la calma, descrivendo un brivido improvviso…

Francis69


martedì 12 ottobre 2010

La versione di Barney

Ho letto recentemente un libro bellissimo. Era dai libri di John Fante che non mi sorprendevo a sorridere, no di più, scoppiare in silenziose risate leggendo le pagine di un libro. Talmente avvincente da costringermi a portarmelo dietro ovunque, da fermarmi in auto lungo la strada per leggermi almeno un paio di pagine prima di andare al lavoro.
“La versione di Barney” è un libro ironico, sprezzante, irascibile, incantato, onesto, infantile, scioccante, esilarante, maldestro, innocente, irriverente, malinconico, monello, donnaiolo… tutte caratteristiche che s’addicono al protagonista Barney Panofsky, un ebreo alcolizzato che vive in Canada negli anni ’50 e che, ci scommetto, sono un po’ anche dell’autore Mordecai Richler (ma qui esiste una corrente di pensiero mai confermata dallo stesso). Un romanzo scritto in forma autobiografica, 490 pagine che ho “bevuto” tutte d’un fiato, come si potrebbe buttar giù un bicchierino di Cognac, e che lascia la stessa sensazione: dapprima di bruciore e poi calore e conforto. Un libro - lo ammetto - a tratti un tantino scurrile, ma terribilmente incantato e spiritoso, dove le scene patetiche e plateali fanno da contraltare a solitudini e melanconiche disillusioni di stile leopardiano. Un libro che consiglio vivamente perché mi ha fatto innamorare del suo protagonista, sconclusionato, smemorato, arruffone, menefreghista, interessato, attaccato morbosamente alla bottiglia e alle donne, capace di innamorarsi clamorosamente di un’altra il giorno delle sue nozze e di presentarsi ubriaco al suo primo appuntamento dopo averlo agognato fortemente. Un uomo capace di squagliarsela alla chetichella durante i festeggiamenti del suo matrimonio per andare a seguire la partita di Hockey alla TV. Se leggete “La versione di Barney”, ve ne innamorerete come è successo a me, che adesso mi tocca andare a cercarmi tutte le opere di Richler sperando di trovarci un novello Fante dei giorni nostri.
Francis69

La trama:
Barney Panofsky (produttore televisivo di successo) è un ricco ebreo canadese figlio di un poliziotto che, passati i sessant'anni, decide - apparentemente controvoglia - di scrivere una autobiografia. Il motivo che spinge Barney a scriverla è dare la sua "versione" dei fatti che hanno portato alla morte del suo amico Bernard "Boogie" Moscovitch, e liberarsi così dall'accusa di omicidio mossagli nel libro "Il tempo, le febbri" dallo scrittore Terry McIver, compagno di Barney al tempo del suo lungo soggiorno a Parigi.
Nel corso della stesura delle sue memorie tuttavia i ricordi di Barney diventano via via confusi: gli episodi del suo passato si intrecciano indissolubilmente con gli avvenimenti del suo presente. Così l'intero romanzo risulta essere una serie di flashback disordinati: i racconti delle giornate del "vecchio" Barney (acciaccato, abbandonato dalla moglie ed alcolista irrecuperabile), si mescolano alla girandola dei ricordi d'una vita ricca di avvenimenti e incontri straordinari.
Il romanzo è strutturato in tre parti, una per ciascuna delle tre mogli di Barney: la prima, la pittrice e poetessa Clara Charnofsky, morta suicida a Parigi; la ciarliera "Seconda Signora Panofsky", una ricca ereditiera che Barney sposa senza troppa convinzione e dalla quale divorzia presto; Miriam, il vero grande amore di Barney, dalla quale avrà tre figli (Michael, Saul, Kate), con i quali Barney ha un rapporto conflittuale. In realtà, a causa delle continue digressioni, episodi concernenti tutte e tre le donne sono presenti in ciascuna delle tre parti del romanzo.
Le memorie di Barney vengono poi pubblicate postume, con l'inserimento di pignole note a piè di pagina a correzione delle sviste di Barney, dal figlio Michael che è inoltre autore del poscritto dell'opera, in cui si spiegano i motivi dei vuoti di memoria di Barney (che è infatti affetto dal morbo di Alzheimer) e nelle quali viene infine chiarito il mistero sulla morte di Boogie.
(Mordecai Richler, La versione di Barney, traduzione di Matteo Codignola, Adelphi, 2007 pp. 490)

martedì 5 ottobre 2010

La notte del blogger


Gli occhi gli bruciavano e un principio di emicrania gli stringeva in un cerchio la testa. Il dannato orologio appeso alla parete scandiva i secondi, e quel tic-tac infernale si dilatava nella stanza amplificando lo scorrere del tempo, ma non guardava mai l’ora. Gli era già accaduto di farsi ipnotizzare dagli scatti della lancetta rossa e di rischiare di cadere addormentato dalla sedia. No, non poteva dormire. Non di notte. D’accordo di notte solitamente si dorme, ma non lui. Mentre gli altri dormivano, lui restava sveglio davanti al PC. Perché nel silenzio notturno gli partivano i pensieri e poteva riempire di storie intere pagine di Word, senza mai alzare la testa dalla tastiera con solo un pacchetto di Marlboro e un paio di moke di caffè nero pece, fino ai primi bagliori dell’alba. La notte per un blogger costituisce il suo regno, il suo mondo, il significato del suo Dharma, la musa ispiratrice dei suoi voli pindarici.
Di giorno con la luce invece non riusciva ad avere idee, né immaginazione. A nulla serviva abbassare tutte le tapparelle e tappare tutti gli spiragli di luce che, bastardi, insistevano ad infiltrarsi nell’oscurità. C’erano i rumori fuori, a ricordargli che il mondo girava nel suo pazzo carosello di trilli, clacson, martelli pneumatici e sirene.
La notte invece tutto diveniva silenzio. Poteva perfino spalancare la finestra che dava sulla strada e udire solo il quieto ronzio dei climatizzatori accesi e qualche rara auto di passaggio. E dalla sua finestra debolmente illuminata poteva osservare la città sonnacchiosa e cheta come un gigante in letargo. E lì, nel dormiente silenzio notturno i suoi pensieri volavano, s’accavallavano tumultuosi nella mente. E sedersi alla scrivania davanti al PC e scrivere storie diventava la sua passione preferita. Metteva sempre un po’ di musica soffusa in sottofondo, giusto per creare l’atmosfera fertile. La lampada da tavolo rischiarava col suo alone giallastro a 45 Watt una zona limitata attorno a lui, poche cose. Il resto era buio profondo. E silenzio. Scandito dai soliti rumori ben distinti che ormai conosceva a memoria e riconosceva ad occhi chiusi.
Come ad esempio il motore della 206 diesel del casellante che parcheggiava puntuale ogni notte alla stessa ora nella laterale a fianco, dopo aver staccato il turno delle 2:00.
Oppure il clack delle serrature seguito dal doppio lampeggio, della Marea bianca del rappresentante divorziato che abitava nell’altro isolato e che rincasava col Sole 24 ore sottobraccio dopo essersi ripassato la puttana di turno sulla tangenziale, e che fottutamente parcheggiava sempre sotto alla sua finestra. Fanculo lui e la sua arrogante strafottenza.
O ancora il cigolio del cancello sul vialetto del condominio di fronte, dopo che il suo vicino si era fatto la solita sigaretta e passeggiata col cane per fargli fare i bisognini sulle gomme delle auto in sosta, quello stronzo.
O la tapparella della signora Lina, vedova, pettegola e sorda, che invariabilmente calava con forte rumore ogni sera, dopo aver cenato e guardato il TG a tutto volume con le finestre spalancate, vecchia megera che non era altro.
Riconosceva il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva alle spalle di quel perdigiorno fannullone col motorino fracassone, pieno di piercing, tatuaggi, brufoli e il ciuffo di capelli davanti agli occhi, fidanzato con la ragazzina carina, tutta acqua e sapone, del palazzo attiguo – ma come cazzo s’era invaghita di un simile teppista? - che dopo essersi fatto la scopata di rito, si lanciava in una lunga notte di canne, bevute e danni al patrimonio pubblico assieme ai suoi amici delinquenti al ritrovo della zona pedonale. Quanti calci in culo andati a male.
Altri rumori gli suggerivano che la notte volgeva al termine, come quello del camion della spazzatura verso le 5:30 che per 2 minuti buoni riempiva la notte di fracasso e rimbombi di cassonetti vuoti, per poi allontanarsi finalmente. Bene, ancora mezz’oretta di buio e silenzio, poi si va a nanna.
Aveva scoperto questa passione due anni prima, cazzeggiando a tempo perso nella rete ed imbattendosi in un blog di un tipo che si firmava “lupo solitario”. Si appassionò subito alle sue storie intessute di romanticismo e stereotipi in stile “beat generation”, che si dipanavano fra i miti di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, o di personaggi del cinema come James Dean e Steve McQueen, e scanditi dalle musiche di Jackson Browne e Neil Young.
Fare il blogger non era un mestiere, perché non beccava una lira, ma lo faceva sentire vivo. Colmava l’esigenza di esprimere i suoi pensieri e divulgarli, grazie alla straordinaria opportunità offerta da internet. Nella vita reale invece non lo cagava nessuno. Solitario, pochi conoscenti oltre al panettiere e il giornalaio, nessun amico, nessuna ragazza con cui condividere emozioni, sensazioni e, perché no? un po’ di sesso. Del resto chi lo vedeva mai? Uno sfigato bello e buono insomma. Ma nel mondo virtuale egli era un dio, osannato e seguito da centinaia se non migliaia di lettori, che si appassionavano alle sue storie inventate, gli scrivevano e-mail di apprezzamento e ringraziamento.
Avessero potuto vederlo, lì seduto al suo PC, in mutande e canottiera, con le ciabatte sfondate, il viso pallido e smunto, le occhiaie, la barba incolta, i capelli arruffati e gli occhi cisposi e arrossati. Ma egli non apparteneva a quel mondo lì, egli non era quell’immagine che lo specchio gli restituiva così impietosamente. In rete era figo, un blogger di successo, molte donne se ne erano innamorate e gli avevano promesso amore senza fine, matrimoni, figli e una vita meravigliosa insieme. Peccato che anch’esse fossero delle ciccione paonazze, coi foruncoli e le ascelle non depilate, i denti storti e gli occhiali spessi un dito. Racchie sfigate e sole, come lui, che di notte invece di dormire si abbandonavano a letture e sogni virtuali immaginando il principe azzurro e sognando l’amore romantico che la vita aveva loro negato.
Col primo bagliore dell’alba che spuntò dai tetti, il blogger spense il PC, si stiracchiò, bevve l’ultimo sorso di caffè ormai freddo, si trascinò stancamente in cucina e con questi pensieri in testa, inghiottì un paio di sonniferi e andò a letto augurandosi un sonno profondo e senza sogni, in attesa di tornare a vivere ed essere l’uomo vero dentro ad un’altra notte virtuale.

Francis69

mercoledì 15 settembre 2010

Il pilota

Il suo pilota aveva il polso destro da iradiddio e una mania di onnipotente protagonismo.
Quando s’ingarellava coi suoi compagni di merende sui tornanti del Giau o dello Stelvio in serrati corpo a corpo a suon di sorpassi poteva sentire l’adrenalina che gli pompava nelle vene.
Tracciava traiettorie perfette grattugiando le saponette in rapida successione destra-sinistra-destra da ubriacare anche un marinaio abituato alle peggiori sbronze e tempeste. La sua pareva una danza tribale, dettata da regole ataviche, un insieme di movenze rapide e aggraziate eppure decise, che non ammettevano repliche, come un ballerino di foxtrot.
Il suo pilota alternava violente spalancate di gas a pinzate di freni furibonde. Le sue Akrapovic urlavano come ossessi e di contraltare le Brembo fischiavano addentando con mascelle possenti i dischi in carbonio. Un apri e chiudi da cardiopalma, da togliere il fiato. Ogni piega era uno sfavillare di scintille dalle pedane, e un apostrofo di gomma scura sull’asfalto.
E ogni volta sfilava via rapido ed elegante, fino alla curva successiva, dove il rituale si ripeteva.
Il suo pilota aveva vent’anni o poco più, ma esperienza da vendere. I motori li aveva nel sangue ereditati da suo padre, pilota dilettante nella Regolarità, e un bisogno ancestrale di sfida contro il mondo. Aveva i capelli biondi, che portava rasati e un sorriso dolce, quasi disarmante. Ma negli occhi blu un riflesso di baldanzosa arroganza. La sua pignoleria era proverbiale. Soprattutto quando si trattava di metter le mani e capirci qualcosa su un motore.
Il suo pilota la lucidava e coccolava con gelosa e amorevole passione, facendola sentire unica e invincibile. Era lui che provvedeva a tutto, rifiutando qualsiasi interferenza o aiuto di terzi. Ricercava i migliori prodotti e lubrificanti che garantissero performance sempre migliori. Non si accontentava mai, non lasciava mai nulla al caso e curava in modo maniacale ogni singolo dettaglio, dalle gomme agli ammortizzatori fino al bullone più nascosto.

Il suo pilota l’adorava. Lei era una fiammante GSX-R 1000, “la zucchina” così amava vezzeggiarla, bianca e blu con le scritte rosse. Da quando le aveva posato addosso gli occhi la prima volta, lucida e sfavillante sul suo cavalletto al centro del salone illuminato, con i faretti alogeni puntati addosso, era stato amore a prima vista. Da allora non si erano mai separati, compagni di mille avventure avevano percorso migliaia di chilometri su strade di ogni tipo, attraversando paesi, città e stati, affrontando sole, pioggia e qualsiasi condizione meteo.
Quel giorno era perfetto, la temperatura ideale, traffico quasi assente. Era domenica e il suo pilota si era alzato presto, un caffè al volo, soliti rituali di sempre e poi si era calato dentro alla fedele tuta, la sua seconda pelle. Aveva indossato il casco, infilato i guanti, un’ultima occhiata di controllo e poi era salito in sella. Leva frizione, start e il rombo sornione del 4 cilindri aveva riempito l’aria. Incuteva terrore come una belva in gabbia. Un colpetto alla visiera che scese di scatto, isolandolo dal mondo esterno. Ora esistevano solo loro: lei, lui e la strada.
Il suo pilota non si accorse nemmeno dell’auto. Si era materializzata all’improvviso sbucando da una laterale, proprio nel rettilineo mentre stava affondando il gas a martello. In un turbine di lampeggianti blu e arancioni, di sirene urlanti, di grida, e messaggi radio, fra anfibi neri, asfalto e nastri bianchi e rossi, lo raccolsero dentro ad un sacco di plastica verde e lei, prima che tirassero su la lampo vide per l’ultima volta i suoi occhi blu spalancati. Non avevano più il riflesso di sfida, solo il vuoto assoluto.
Lei invece finì sopra ad un carro attrezzi, buttata su a pezzi, senza nessuna grazia, senza attenzione. Loro non avevano la dolcezza del suo pilota…