Vago nel buio, cercando la luce nei sogni da bambino, tento di afferrare il mio respiro, brancolando nei ricordi. Aspetto l’alba che cancelli gli incubi e i cattivi pensieri. Ovunque intorno aleggia lo spirito di Tom Joad, lungo la strada che sembra viva, nei campi incolti, nei voli dei gabbiani e nei ruderi diroccati, sferzati dal tempo. Piango seduto su un sasso alla ricerca di me stesso, ma finisco col trovare sempre il mio fantasma che mi siede a fianco raccontandomi storie. Non mi riconosco, tento di abbracciarmi e afferro il niente. Pochi spiccioli in tasca, non bastano nemmeno per un caffè. E questo freddo che porto dentro, sconvolge ogni mio senso, lungo la strada che sembra respirare stanotte. Dove conduca nessuno lo sa, forse dentro ad un altro sogno. Cammino e non so dove sto andando, perdo l’anima nel fondo di una bottiglia, e il lento oscillare degli alberi sembra salutare. Il fumo della sigaretta che s’alza piano e lo sguardo lo segue fino a dissolversi nel cielo buio...
Francis69
Ciao! Questo è il mio mondo, in cui libero tutte le idee, i pensieri, i sogni, la musica, l'amore, il dolore... insomma tutto ciò che mi emoziona.
Chi sono
- Giovanni Franzoi Francis
- Un uomo ordinario impegnato nella straordinaria avventura di vivere...
venerdì 5 novembre 2010
Fantasmi
martedì 26 ottobre 2010
Solo perchè?
Appiattiti da venti di pioggia, come di lampi scarmigliati e veementi tracciati nel buio, languidi sussurri di pace scendono piano, accarezzano lievi, i contorni bui profondi come oceani, in movimento, accavallandosi e ruggendo, a testimonianza sferzante nel cielo tuonante. Brumose e scure, le sere autunnali, bagnate e languide, stese come amanti su lancinanti tramonti. Foglie ruotano nell’aria in turbini feroci, a scagliare lontano voli e sogni. Alzato e grondante, posando il piede su terra umida ed erba, quante volte contando i minuti, passano i giorni e le sere calde di focolari, d’inverno, sotto una fioca luce circoscritta e fievole, note che passano e trasmettono passioni forti, riempiendo petto e respiri di sguardi oltre il vetro bagnato, gocce di pioggia solcano la vista, nel buio un lampo veloce e un tuono lontano. Basta capire, solo emozione, per sempre, vicino ma lontano, un poco solo, e poi tutto sfugge e rincorre, rinascendo oggi, per poi morire un po’ domani, ma non fa nulla, per questo respiriamo, siffatte nubi solcano il cielo, scaricando pioggia e vento, e fiamme che ora ricoprono il silenzio e la calma, descrivendo un brivido improvviso…
Francis69
martedì 12 ottobre 2010
La versione di Barney
“La versione di Barney” è un libro ironico, sprezzante, irascibile,
incantato, onesto, infantile, scioccante, esilarante, maldestro, innocente, irriverente, malinconico, monello, donnaiolo… tutte caratteristiche che s’addicono al protagonista Barney Panofsky, un ebreo alcolizzato che vive in Canada negli anni ’50 e che, ci scommetto, sono un po’ anche dell’autore Mordecai Richler (ma qui esiste una corrente di pensiero mai confermata dallo stesso). Un romanzo scritto in forma autobiografica, 490 pagine che ho “bevuto” tutte d’un fiato, come si potrebbe buttar giù un bicchierino di Cognac, e che lascia la stessa sensazione: dapprima di bruciore e poi calore e conforto. Un libro - lo ammetto - a tratti un tantino scurrile, ma terribilmente incantato e spiritoso, dove le scene patetiche e plateali fanno da contraltare a solitudini e melanconiche disillusioni di stile leopardiano. Un libro che consiglio vivamente perché mi ha fatto innamorare del suo protagonista, sconclusionato, smemorato, arruffone, menefreghista, interessato, attaccato morbosamente alla bottiglia e alle donne, capace di innamorarsi clamorosamente di un’altra il giorno delle sue nozze e di presentarsi ubriaco al suo primo appuntamento dopo averlo agognato fortemente. Un uomo capace di squagliarsela alla chetichella durante i festeggiamenti del suo matrimonio per andare a seguire la partita di Hockey alla TV. Se leggete “La versione di Barney”, ve ne innamorerete come è successo a me, che adesso mi tocca andare a cercarmi tutte le opere di Richler sperando di trovarci un novello Fante dei giorni nostri. La trama:
Barney Panofsky (produttore televisivo di successo) è un ricco ebreo canadese figlio di un poliziotto che, passati i sessant'anni, decide - apparentemente controvoglia - di scrivere una autobiografia. Il motivo che spinge Barney a scriverla è dare la sua "versione" dei fatti che hanno portato alla morte del suo amico Bernard "Boogie" Moscovitch, e liberarsi così dall'accusa di omicidio mossagli nel libro "Il tempo, le febbri" dallo scrittore Terry McIver, compagno di Barney al tempo del suo lungo soggiorno a Parigi.
Nel corso della stesura delle sue memorie tuttavia i ricordi di Barney diventano via via confusi: gli episodi del suo passato si intrecciano
Il romanzo è strutturato in tre parti, una per ciascuna delle tre mogli di Barney: la prima, la pittrice e poetessa Clara Charnofsky, morta suicida a Parigi; la ciarliera "Seconda Signora Panofsky", una ricca ereditiera che Barney sposa senza troppa convinzione e dalla quale divorzia presto; Miriam, il vero grande amore di Barney, dalla quale avrà tre figli (Michael, Saul, Kate), con i quali Barney ha un rapporto conflittuale. In realtà, a causa delle continue digressioni, episodi concernenti tutte e tre le donne sono presenti in ciascuna delle tre parti del romanzo.
Le memorie di Barney vengono poi pubblicate postume, con l'inserimento di pignole note a piè di pagina a correzione delle sviste di Barney, dal figlio Michael che è inoltre autore del poscritto dell'opera, in cui si spiegano i motivi dei vuoti di memoria di Barney (che è infatti affetto dal morbo di Alzheimer) e nelle quali viene infine chiarito il mistero sulla morte di Boogie.
(Mordecai Richler, La versione di Barney, traduzione di Matteo Codignola, Adelphi, 2007 pp. 490)
martedì 5 ottobre 2010
La notte del blogger
e di rischiare di cadere addormentato dalla sedia. No, non poteva dormire. Non di notte. D’accordo di notte solitamente si dorme, ma non lui. Mentre gli altri dormivano, lui restava sveglio davanti al PC. Perché nel silenzio notturno gli partivano i pensieri e poteva riempire di storie intere pagine di Word, senza mai alzare la testa dalla tastiera con solo un pacchetto di Marlboro e un paio di moke di caffè nero pece, fino ai primi bagliori dell’alba. La notte per un blogger costituisce il suo regno, il suo mondo, il significato del suo Dharma, la musa ispiratrice dei suoi voli pindarici. 
Di giorno con la luce invece non riusciva ad avere idee, né immaginazione. A nulla serviva abbassare tutte le tapparelle e tappare tutti gli spiragli di luce che, bastardi, insistevano ad infiltrarsi nell’oscurità. C’erano i rumori fuori, a ricordargli che il mondo girava nel suo pazzo carosello di trilli, clacson, martelli pneumatici e sirene.
La notte invece tutto diveniva silenzio. Poteva perfino spalancare la finestra che dava sulla strada e udire solo il quieto ronzio dei climatizzatori accesi e qualche rara auto di passaggio. E dalla sua finestra debolmente illuminata poteva osservare la città sonnacchiosa e cheta come un gigante in letargo. E lì, nel dormiente silenzio notturno i suoi pensieri volavano, s’accavallavano tumultuosi nella mente. E sedersi alla scrivania davanti al PC e scrivere storie diventava la sua passione preferita. Metteva sempre un po’ di musica soffusa in sottofondo, giusto per creare l’atmosfera fertile. La lampada da tavolo rischiarava col suo alone giallastro a 45 Watt una zona limitata attorno a lui, poche cose. Il resto era buio profondo. E silenzio. Scandito dai soliti rumori ben distinti che ormai conosceva a memoria e riconosceva ad occhi chiusi.
Come ad esempio il motore della 206 diesel del casellante che parcheggiava puntuale ogni notte alla stessa ora nella laterale a fianco, dopo aver staccato il turno delle 2:00.
Oppure il clack delle serrature seguito dal doppio lampeggio, della Marea bianca del rappresentante divorziato che abitava nell’altro isolato e che rincasava col Sole 24 ore sottobraccio dopo essersi ripassato la puttana di turno sulla tangenziale, e che fottutamente parcheggiava sempre sotto alla sua finestra. Fanculo lui e la sua arrogante strafottenza.
O ancora il cigolio del cancello sul vialetto del condominio di fronte, dopo che il suo vicino si era fatto la solita sigaretta e passeggiata col cane per fargli fare i bisognini sulle gomme delle auto in sosta, quello stronzo.
O la tapparella della signora Lina, vedova, pettegola e sorda, che invariabilmente calava con forte rumore ogni sera, dopo aver cenato e guardato il TG a tutto volume con le finestre spalancate, vecchia megera che non era altro.
Riconosceva il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva alle spalle di quel perdigiorno fannullone col motorino fracassone, pieno di piercing, tatuaggi, brufoli e il ciuffo di capelli davanti agli occhi, fidanzato con la ragazzina carina, tutta acqua e sapone, del palazzo attiguo – ma come cazzo s’era invaghita di un simile teppista? - che dopo essersi fatto la scopata di rito, si lanciava in una lunga notte di canne, bevute e danni al patrimonio pubblico assieme ai suoi amici delinquenti al ritrovo della zona pedonale. Quanti calci in culo andati a male.
Altri rumori gli suggerivano che la notte volgeva al termine, come quello del camion della spazzatura verso le 5:30 che per 2 minuti buoni riempiva la notte di fracasso e rimbombi di cassonetti vuoti, per poi allontanarsi finalmente. Bene, ancora mezz’oretta di buio e silenzio, poi si va a nanna.
Aveva scoperto questa passione due anni prima, cazzeggiando a tempo perso nella rete ed imbattendosi in un blog di un tipo che si firmava “lupo solitario”. Si appassionò subito alle sue storie intessute di romanticismo e stereotipi in stile “beat generation”, che si dipanavano fra i miti di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, o di personaggi del cinema come James Dean e Steve McQueen, e scanditi dalle musiche di Jackson Browne e Neil Young.

Fare il blogger non era un mestiere, perché non beccava una lira, ma lo faceva sentire vivo. Colmava l’esigenza di esprimere i suoi pensieri e divulgarli, grazie alla straordinaria opportunità offerta da internet. Nella vita reale invece non lo cagava nessuno. Solitario, pochi conoscenti oltre al panettiere e il giornalaio, nessun amico, nessuna ragazza con cui condividere emozioni, sensazioni e, perché no? un po’ di sesso. Del resto chi lo vedeva mai? Uno sfigato bello e buono insomma. Ma nel mondo virtuale egli era un dio, osannato e seguito da centinaia se non migliaia di lettori, che si appassionavano alle sue storie inventate, gli scrivevano e-mail di apprezzamento e ringraziamento.
Avessero potuto vederlo, lì seduto al suo PC, in mutande e canottiera, con le ciabatte sfondate, il viso pallido e smunto, le occhiaie, la barba incolta, i capelli arruffati e gli occhi cisposi e arrossati. Ma egli non apparteneva a quel mondo lì, egli non era quell’immagine che lo specchio gli restituiva così impietosamente. In rete era figo, un blogger di successo, molte donne se ne erano innamorate e gli avevano promesso amore senza fine, matrimoni, figli e una vita meravigliosa insieme. Peccato che anch’esse fossero delle ciccione paonazze, coi foruncoli e le ascelle non depilate, i denti storti e gli occhiali spessi un dito. Racchie sfigate e sole, come lui, che
di notte invece di dormire si abbandonavano a letture e sogni virtuali immaginando il principe azzurro e sognando l’amore romantico che la vita aveva loro negato.Col primo bagliore dell’alba che spuntò dai tetti, il blogger spense il PC, si stiracchiò, bevve l’ultimo sorso di caffè ormai freddo, si trascinò stancamente in cucina e con questi pensieri in testa, inghiottì un paio di sonniferi e andò a letto augurandosi un sonno profondo e senza sogni, in attesa di tornare a vivere ed essere l’uomo vero dentro ad un’altra notte virtuale.
Francis69
mercoledì 15 settembre 2010
Il pilota
Quando s’ingarellava coi suoi compagni di merende sui tornanti del Giau o dello Stelvio in serrati corpo a corpo a suon di sorpassi poteva sentire l’adrenalina che gli pompava nelle vene.
Tracciava traiettorie perfette grattugiando le saponette in rapida successione destra-sinistra-destra da ubriacare anche un marinaio abituato alle peggiori sbronze e tempeste. La sua pareva una danza tribale, dettata da regole ataviche, un insieme di movenze rapide e aggraziate eppure decise, che non ammettevano repliche, come un ballerino di foxtrot.
Il suo pilota alternava violente spalancate di gas a pinzate di freni furibonde. Le sue Akrapovic urlavano come ossessi e di contraltare le Brembo fischiavano addentando con mascelle possenti i dischi in carbonio. Un apri e chiudi da cardiopalma, da togliere il fiato. Ogni piega era uno sfavillare di scintille dalle pedane, e un apostrofo di gomma scura sull’asfalto.
E ogni volta sfilava via rapido ed elegante, fino alla curva successiva, dove il rituale si ripeteva.
Il suo pilota aveva vent’anni o poco più, ma esperienza da vendere. I motori li aveva nel sangue ereditati da suo padre, pilota dilettante nella Regolarità, e un bisogno ancestrale di sfida contro il mondo. Aveva i capelli biondi, che portava rasati e un sorriso dolce, quasi disarmante. Ma negli occhi blu un riflesso di baldanzosa arroganza. La sua pignoleria era proverbiale. Soprattutto quando si trattava di metter le mani e capirci qualcosa su un motore.
Il suo pilota la lucidava e coccolava con gelosa e amorevole passione, facendola sentire unica e invincibile. Era lui che provvedeva a tutto, rifiutando qualsiasi interferenza o aiuto di terzi. Ricercava i migliori prodotti e lubrificanti che garantissero performance sempre migliori. Non si accontentava mai, non lasciava mai nulla al caso e curava in modo maniacale ogni singolo dettaglio, dalle gomme agli ammortizzatori fino al bullone più nascosto.

Il suo pilota l’adorava. Lei era una fiammante GSX-R 1000, “la zucchina” così amava vezzeggiarla, bianca e blu con le scritte rosse. Da quando le aveva posato addosso gli occhi la prima volta, lucida e sfavillante sul suo cavalletto al centro del salone illuminato, con i faretti alogeni puntati addosso, era stato amore a prima vista. Da allora non si erano mai separati, compagni di mille avventure avevano percorso migliaia di chilometri su strade di ogni tipo, attraversando paesi, città e stati, affrontando sole, pioggia e qualsiasi condizione meteo.
Quel giorno era perfetto, la temperatura ideale, traffico quasi assente. Era domenica e il suo pilota si era alzato presto, un caffè al volo, soliti rituali di sempre e poi si era calato dentro alla fedele tuta, la sua seconda pelle. Aveva indossato il casco, infilato i guanti, un’ultima occhiata di controllo e poi era salito in sella. Leva frizione, start e il rombo sornione del 4 cilindri aveva riempito l’aria. Incuteva terrore come una belva in gabbia. Un colpetto alla visiera che scese di scatto, isolandolo dal mondo esterno. Ora esistevano solo loro: lei, lui e la strada.
Il suo pilota non si accorse nemmeno dell’auto. Si era materializzata all’improvviso sbucando da una laterale, proprio nel rettilineo mentre stava affondando il gas a martello. In un turbine di lampeggianti blu e arancioni, di sirene urlanti, di grida, e messaggi radio, fra anfibi neri, asfalto e nastri bianchi e rossi, lo raccolsero dentro ad un sacco di plastica verde e lei, prima che tirassero su la lampo vide per l’ultima volta i suoi occhi blu spalancati. Non avevano più il riflesso di sfida, solo il vuoto assoluto.
Lei invece finì sopra ad un carro attrezzi, buttata su a pezzi, senza nessuna grazia, senza attenzione. Loro non avevano la dolcezza del suo pilota…
martedì 10 agosto 2010
Il mio country
Vi racconto il mio country.
E’ la musica da viaggio che attraversa le great plains del Texas, scorre lungo i rivers dell’Oklaoma, fra le gigantesche ruote di fieno imballato del Dakota, sopra le nevi del Nebraska o nella polvere del Kansas. Descrive terre aspre, orizzonti sterminati, nuvole bianche e spumose, o spazzolate dai venti d’alta quota, dove si librano maestose le aquile, padrone di cieli immensi talmente blu da sembrare surreali. Riverbero di sole cocente, orizzonti infuocati, polvere, vento secco e rollin’ tumbleweeds. Musica che mi appartiene come il sangue che mi scorre nelle vene, il mio mondo, il mio modo di essere e considerare lo spazio ed il tempo.
Puoi sentirla suonare da un vecchio juke-box entrando in un diner’s lungo la provinciale in un qualsiasi villaggio sperduto nel nulla. Piccoli e fumosi locali prefabbricati aperti fino a tardi dove si servono caffè e torta di mele, birra, hamburger e patatine fritte. Si consuma al bancone seduti su uno sgabello metallico imbullonato alle assi del pavimento.
Gente sola e sconosciuta col cappello sempre in testa, il sigaro all’angolo della bocca e col gusto di scambiare due chiacchiere se gli offri una birra, facendo a gara a chi la spara più grossa.
E’ una musica malinconica che parla di amori finiti, di persone andate, di cuori spezzati. Si dice in giro che suonando un disco country al contrario si può riavere indietro ciò che si è perduto. Leggende, dicerie, buffonate. Sì, musica che racconta di lacerazioni, di dolore, ma anche di speranze, di redenzione. Musica che parla a Dio come fosse un compagno di bevute, fra saguari e thunder valley, automobili e stazioni radio, esce dall’anima, dalle viscere, parte dal cuore. In essa si intrecciano passioni, bevute, mogli abbandonate, genitori e figli ostili, amici inseparabili. Ed in fondo è sempre presente una possibilità, forse l’ultima, per redimersi e riaggiustare le cose.
E’ una musica da film, visti mille volte da ragazzi. Cowboy a cavallo e praterie, sceriffi e fuorilegge ricercati, finali epici. Storie di uomini, pistole e angeli, in una terra arida e inospitale. Polvere e bluesteam, arbusti e luridi saloon abbandonati. Musica che sta sulla linea di confine tra law & outlaw, buono e cattivo, right & wrong, bianco e nero, sogno e realtà in un paese dalle forti contraddizioni, dalle mille opportunità e dai grandi fallimenti, speranze e disperazioni. Il forte sentimento patriottico che cozza con la drammatica disillusione dei reduci del Vietnam, e il grande sogno americano tradito e infranto con lo schianto di james Dean. Terra di indiani e tradizioni, di tramonti esaltanti e di falò attorno ai quali danzare per esorcizzare gli spiriti cattivi. Terra di venti primordiali di fiumi e braci ardenti. Musica che racconta di strade infinite e cavalli, di treni e rotaie, di buffalo e roadrunner, di tornadi e siccità, di sole e pioggia, amore e dolore.
Musica che parla di musicisti sempre in viaggio, con la valigia pronta, un aereo da prendere al volo, un pullman per raggiungere un altro paese, altra gente. L’ennesimo palco assediato, una chitarra, il microfono, le voci, il sudore e gli strumenti musicali imballati nelle casse metalliche, la notorietà ed il successo, che si spengono assieme alle luci sul palco al termine del concerto, ed il cuore legato ad un amore lontano, spesso irraggiungibile.
Questo è il mio country, la mia musica, la mia vita.
Francis 69
lunedì 19 luglio 2010
Storia di vinili e fantasmi
Perché ad andare fuori giri al primo giro di reef, col cuore che rulla come un ossesso alla Stewart Copeland in I Can’t Stand Losing You gli sembrava oltremodo disdicevole.
Cercò il pacchetto di Marlboro tastando le tasche della giacca e dei pantaloni e si accorse del lieve tremito che gli condizionava i movimenti delle dita. Fece un profondo respiro poi socchiuse gli occhi e quando li aprì lui era ancora lì, con impertinente nonchalance giaceva fra decine, no centinaia di altri suoi simili, consunti e impolverati, qualcuno con ancora brandelli di cellophane che a stento ne tenevano assieme le copertine scollate e piegate dall’uso.
L’idea di andare a quel mercatino di cianfrusaglie spacciate per antiquariato, dove paccottiglie assurde vengono vendute a prezzi di botique, gli era sembrata fin da subito oscena. Ma stavolta era diverso. Nell’esatto istante in cui nella sua mente si stava materializzando l’idea di andarsene, ecco che improvvisamente lo sguardo gli volò casualmente sopra ad un cartone malamente tenuto insieme da diversi giri di nastro adesivo nero, appoggiato sopra ad un banchetto di legno sgangherato e traballante. Al suo interno, in perfetto ordine da schedario ambulatoriale, giacevano vinili vecchi come l’arca di Noè. Sembrava una raccolta di oggetti sparsi dopo un’alluvione, accatastati alla bell’e meglio in ordine sparso con il solo intento di fare presto.
Si era avvicinato svogliatamente, indeciso se andarsene in un bar a farsi una birra, poiché il sole quel giorno picchiava duro, o tentare ancora un ultimo lancio di lenza. Iniziò a scorrere quelle reliquie distrattamente, ma percepì subito una lieve fitta allo stomaco.
Lesse mentalmente alcuni nomi senza accorgersi che lo fece invece sussurrando con voce tremula: Led Zeppelin, Clash, Alice Cooper, Deep Purple, Motorhead… aveva trovato l’Eldorado del vinile! Ed eccolo lì l’oggetto di transustanziazione, fra George Thorogood & The Destroyers e Rio Grande Mud dei ZZ Top, eccolo il mito che si era materializzato davanti ai suoi occhi, apparentemente insignificante e dimenticato come un oggetto senza valore: The Beatles
“Yesterday and Today”.Ma non gli importava, quel che contava era che doveva essere suo. Ad ogni costo.
Cercò di mantenersi calmo, assunse un’aria annoiata e chiamò il venditore dall’altro lato della bancarella con malcelata sufficienza alzando un tremulo dito della mano.
Questi si avvicinò, lo fissò e rimase in attesa senza proferir parola. Poteva avere sessanta o settant’anni, aveva un’età indefinibile, e un aspetto giovanile, nella sua giacca militare stinta.
I capelli alquanto lunghi sfuggivano da sotto un cappellino col frontino, anch’esso sbiadito, con la scritta “Cavern Club” avvolta sullo sfondo di una Gibson J-160E. Portava un paio di baffi spioventi che arrivavano fino al mento in stile cowboy, i basettoni lunghi alla mascella e un paio di occhialini con montatura rotonda in metallo color argento, che gli conferivano un’aria d’altri tempi, dotta e aristocratica pur nella sua generale trasandatezza. E quel volto… gli ricordava qualcuno. O forse era solo la sua emicrania. Gli sembrava di avere dentro al cranio un pistone sbiellato che gli batteva in testa.
Iniziò a sudare: gocce gli scendevano lungo la schiena e gli imperlavano la fronte, si schiarì la voce e chiese timidamente: “Quanto?”
“Quanto cosa?”
“Il vinile lì…” e lo indicò distrattamente.
“Quello? Beh…” si grattò la nuca e fece una smorfia.
L’uomo impallidì.
“… era fra le cianfrusaglie di mia sorella Julia, quando tornò dall’America. Era immigrata lì dopo la fine della guerra, mi pare fosse il ‘48 o il ‘49… si trasferì a Boston, credo, con mia madre e il mio patrigno…”
L’uomo tradì una certa impazienza “sssì, sì…va bene, ma… quanto?”. Poi capì di aver tradito un po’ d’ansia e tentò di salvarsi in corner: “…ma, sua sorella, Cinzia…che lavoro faceva in America…”
“Julia, mia sorellastra, Julia…”
“…sssi, sì, intendevo Julia…”
“Eh, la crisi, il lavoro… ce n’era poco anche lì. Io le mandavo ogni tanto un po’ di danaro dall’Inghilterra. A me i soldi non sono mai mancati ad un certo punto. Guadagnavo bene suonando nei locali, e un po’ in giro. Ne mandavo un po’ anche a mia madre, finchè morì…”
“Ah, bene. Cioè no, mi dispiace, intendevo… per sua madre, ovviamente…” disse balbettando e arrossendo un po’.
“Poi quando è ritornata in Inghilterra, sbarcata dalla nave con le sue valigie di cartone legate con lo spago, è venuta a stare per un po’ da noi. Con me e mia moglie. Una giapponese ”
“Davvero?”
“Sì, anche se a dire il vero era naturalizzata americana.”
“E il disco lì, era fra le sue cose?” tentò con delicatezza di riportare il discorso sui binari.
“Sì. Lo aveva comprato lì appena uscì nel negozio. Lei li comprava sempre tutti”
“Capisco” disse, disperando ormai di comprarlo per un tozzo di pane. Ma gli sembrò che l’uomo nutrisse per l’oggetto più un valore affettivo che commerciale.
Tentò l’ultima carta: “Senta, mi dica il prezzo e parliamone, possiamo accordarci…”
Sorrise timidamente, con quell’aria da bravo ragazzo che lo caratterizzava e disse: “Beh, se ci tiene tanto glielo regalo, è un po’ usurato, un tantino ingiallito, ma il vinile suona perfettamente glielo assicuro. Mi pare che lei sia uno che ha a cuore i vecchi vinili. Non vedo nei suoi occhi cupidigia. Lo saprà apprezzare certamente per quel che vale, dico bene?”
Rimase un po’ confuso dalle sue parole, ma spalancò gli occhi e fece un gran sorriso.
“Davvero?”
“Sì, certo. Lo prenda” glielo diede delicatamente in mano gli strizzò l’occhio, si voltò e tornò alle sue faccende dietro al banchetto.
“Scusi ma… è sicuro, non vuole… prendo qualcos’altro, magari…”
Quegli alzò la mano e scosse la testa, rifiutando.
“Allora…. grazie! Grazie molte… ancora grazie…” era al settimo cielo.
Ritornò a casa che non s’accorse nemmeno di aver percorso la strada. Era in preda ad un delirio, non sapeva cosa fare. Una strana frenesia e impazienza gli alterava le percezioni. Gli ritornava continuamente alla mente quell’uomo della bancarella. Gli ricordava qualcuno. E adesso, aveva in mano uno dei vinili più preziosi al mondo. Cosa fare? Chi chiamare. A chi dirlo? Come fare per venderlo e guadagnarci un mucchio di soldi?
Prese in mano la cornetta del telefono e compose con mano tremante il numero del suo amico collezionista. Sbagliò il numero un paio di volte prima che si decidesse di tirare un profondo sospiro. Si rinfrescò il viso con acqua fresca e si versò una birra. Infine chiamò:
“Pronto”
“Ciao Hoby…”
“Hey vecchio mio…”
“Ho roba che scotta per le mani”
“Mmmh…?”
“Roba forte…”
“Sarebbe?”
“Un vinile…”
“Pfff… vabbè…”
“Come sarebbe?”
“Eh, solita roba?”
“No! Questa è speciale”
“Spara”
“Beatles…”
“Ah, beh… cos’è Abbey Road?”
“No, Yesterday and today”
“Mbeh, ce l’ho, non vale un fico secco. Se fosse il “butcher cover”….”
“Appunto!”
Silenzio.
“…….merda! Stai scherzando.”
“Ti piacerebbe eh?” e sghignazzò con un po’ di sadica soddisfazione per aver stuzzicato l’attenzione del suo vecchio compagno di battaglie.
“Fammelo vedere subito, com’è messo? Suona? E la copertina….”
Lo interruppe “...calma, prima mi tolgo le scarpe, accendo il mio impianto hi-fi, me lo ascolto come si deve, allungato sul divano con una birra e una sigaretta… domani ne riparliamo OK?” e riagganciò con una soddisfazione trionfale in petto. Aveva fatto centro stavolta. E senza aver sborsato un centesimo. Che fesso il tizio della bancarella. Un vero sprovveduto.
Ma non riusciva a togliersi dalla mente il suo viso. Il suo sguardo. E quelle strane parole. Cosa aveva voluto dire?
Boh, chissenefrega e accompagnò il pensiero facendo spallucce.
Come si era ripromesso, accese l’impianto, si preparò una birra e l’appoggiò sul bordo del caminetto. Quando infine prese la copertina e sfilò il vinile dal suo interno cadde a terra una foto. Su retro vi era scritto qualcosa con inchiostro blu sbiadito dal tempo. La raccolse e lesse: “Cara Julia, so che non navighi in buone acque. Mi permetto di mandarti questi soldi. So che non li vuoi accettare e ti capisco. Preferisci cavartela da sola e dimostrare di non essere una fallita come ti dice tuo padre. Stai tranquilla, io non ti giudico e ricorda che non sei una perdente. In memoria di nostra madre ti prego di accettare questo denaro. Ritienilo solo un prestito a tempo indefinito. Quando le cose andranno per il meglio, se lo vorrai ritieniti libera di restituirmeli, ma sappi che io non ne ho bisogno. Con affetto tuo fratello John”
Trasalì, gli tremò la mano e la sigaretta accesa che teneva fra le labbra gli cadde a terra. Girò la foto, vide e capì.
Riconobbe in quel volto il tizio della bancarella, soltanto molto più giovane. Non era possibile! Era impazzito o forse stava sognando. Tutto ciò non aveva senso. O forse sì. Un senso ce l’aveva. Gli ritornarono alla mente le parole del venditore e il suo sorriso enigmatico. Forse un significato c’era, e credette di capirlo, ma smise di cercarlo. Si accorse di sorridere e di scuotere lentamente la testa in un gesto incredulo. Appoggiò con delicatezza il disco sul piatto, con movimenti lenti quasi cerimoniali lo pulì con riverenza, maneggiando con cura la spazzolina antistatica. Poi con l’indice sollevò il braccetto e posò delicatamente la puntina sul solco. E mentre dalle casse amplificate cominciò a scaturire il tipico fruscio scoppiettante, si accomodò sul divano, allungò i piedi sul tavolino, spense la luce, si accese una sigaretta e chiuse gli occhi. Nella mente un turbine di pensieri e un susseguirsi di emozioni che gli rullavano nel petto. E in tutto questo trambusto e accavallarsi impazzito di sensazioni, una strana consapevolezza si faceva strada sempre più chiara nella sua mente. Quel disco non l’avrebbe mai venduto a nessuno. Se lo sarebbe tenuto per sempre. Che strano gli veniva da ridere. Sì, stava proprio ridendo, dapprima sommessamente, poi in modo sempre più irrefrenabile e liberatorio, mentre alcune lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi. Aveva incontrato veramente John Lennon? O forse il suo sosia? Oppure il suo fantasma? Chissà... e attaccarono le prime note di Drive my car…Francis 69